Solidarietà a Don Salvatore Giuliano, capro espiatorio del fanatismo animalista

La mia solidarietà a Don Salvatore Giuliano, parroco napoletano che a seguito della bella iniziativa di riportare in piazza il presepe vivente, è diventato capro espiatorio del fanatismo animalista che pretenderebbe di vedere anche in questa tradizione un insopportabile sfruttamento degli animali. Condannare un presepe vivente per la presunta sofferenza delle bestie è comico, ma diventa tragico se a sostenere questa battaglia contro i mulini a vento compaiono esponenti delle istituzioni partenopee, evidentemente in cerca di facile visibilità e pubblicità. Il fanatismo animalista stupidamente critica un presepe vivente, perché per qualche giorno alcuni animali verrebbero posti al freddo, come se tutti gli altri animali del mondo vivessero in casa con i termosifoni.
Proprio in questi giorni gli stessi animalisti non smettono di rompere il cazzo su Facebook per i botti di Capodanno che darebbero fastidio ai cani. Il dramma di questo animalismo, alla fine, è che invece di accrescere la nostra conoscenza della realtà animale, impoverisce la nostra esperienza della realtà umana. Questo favorisce la nascita di pseudo-antropologie come quella dei diritti degli animali. È a causa degli animalisti se siamo sempre meno in grado di pensare seriamente a chi è davvero l’uomo. In fin dei conti, i principali nemici degli animali sono proprio gli animalisti.
Qualunque azione umana sottende
inevitabilmente in maniera più o meno diretta l’utilizzo di risorse animali: ritenere alcune forme di sfruttamento più eticamente plausibili di altre costituisce una pericolosa forma di cecità
selettiva basata su ignoranza scientifica e discriminazione ideologica.
Purtroppo sempre più spesso l’affezione alle bestie da parte di molte persone è ormai diventata una professione cieca, un patologico surrogato dell’amore, del rispetto, delle attenzioni e del tempo che, invece, dovrebbero essere meglio investiti per relazionarsi con il genere umano.
L’attaccamento e il rispetto per gli animali dovrebbero essere un corollario all’amore per l’uomo, non già un rimpiazzo. Alcuni individui, invece, delusi e sconfitti dalla difficoltà di rapportarsi con i propri simili si rifugiano e si confinano nell’amore per le bestie, con cui è ben più semplice confrontarsi, data l’assenza di intelletto e libero arbitrio in queste ultime. Le umanizzano e finiscono per attribuire loro sentimenti e mansioni umane. È un sentimento per gli animali nato dalla consapevolezza che l’amore per le persone non è meccanico, che si può essere traditi, che bisogna sacrificarsi per esso, che non è detentivo e dal rifiuto – per paura, per debolezza – di quest’evidenza,
con conseguente ricaduta del bisogno di amare sui quadrupedi che, invece, tante pretese non hanno, non possono scappare se non a loro scapito, e possono essere tenuti (loro malgrado)
chiusi in casa.
Bisognerebbe piuttosto imparare ad amare gli animali per ciò che sono, vedere in essi una compagnia, un ausilio – talvolta anche una terapia – ma ricordando sempre che solitudine e frustrazione vanno risolte imparando a correlarsi con la specie
umana, non posponendo l’uomo alla bestia. Paragonare il proprio cane a un bambino, preferirlo a esso, è il simbolo di una chiara incapacità comportamentale e mentale. Umanizzare l’animale appiccicandogli addosso l’archetipo umano di partner o
di figlio che le proprie capacità, fisiche o mentali, non sono riuscite a conseguire, è un atto di violenza, non d’amore.
Deve essere ben chiaro, però, che il fanatismo animalista di qualcuno
non
può arrivare a minacciare la collettività. Smettiamola di scolpire momenti di sciatteria consegnandoci a modelli che sono un vero e proprio surrogato
della dimensione religiosa. Non lasciamo la mente a maggese e
usiamo gli strumenti a nostra disposizione per dividere modernità e grottesco.

Pronto a denunciare il Cardinale Sepe

 

Nei prossimi giorni depositerò presso la Curia di Napoli un’intimazione al Cardinale Crescenzio Sepe, nella sua qualità di Vescovo di Napoli nonché di Presidente della Conferenza Episcopale campana, affinché prenda atto della notitia criminis circolata sulla stampa a seguito di una denuncia di un ministrante di una parrocchia napoletana che accusa un prelato napoletano di frequentare una sauna gay di Roma.

Nel caso in cui il mutismo da parte della Curia di Napoli dovesse protrarsi anche di fronte a una formale diffida a intervenire, mi troverò costretto a denunciare questa inerzia al Prefetto della Congregazione per il clero, nonché, per conoscenza alla Congregazione per la dottrina della fede, al Nunzio Apostolico e al Presidente della conferenza episcopale italiana.

L’impegno preso dal Vescovo dell’Arcidiocesi di Napoli all’indomani della consegna del mio dossier sui preti gay era chiaro: il Cardinale Sepe affermò che Napoli non era minimamente coinvolta ma che avrebbe esortato tutti i vescovi della Campania ad applicare tutte le norme canoniche possibili e immaginabili per fare giustizia. Non mi risulta che, però, ci siano stato appelli ai vescovi ad andare avanti e, addirittura, il Cardinale Sepe tace ora di fronte a una denunzia precisa. Non si tratta neppure di una dichiarazione anonima ma di una testimonianza circostanziata da parte di una persona che più volte ha invocato lo stesso Vescovo di Napoli ad aprire un’indagine previa per far luce sulla questione, dichiarandosi disposto a testimoniare.

Stando ai canoni 1717-1719 del Diritto Canonico “Ogni qualvolta l’Ordinario abbia notizia di un delitto è tenuto a indagare con prudenza”: un Vescovo non può restare sordo di fronte a una evidenza simile ma deve aprire un’indagine e convocare la persona, fosse anche soltanto allo scopo di archiviare tutto, salvaguardando, però, il buon nome della’Arcidiocesi che rappresenta.
L’urgenza di ricorrere alla Congregazione per la dottrina della fede scaturisce anche dal gravissimo silenzio del Cardinale Sepe, nella sua qualità di Presidente della Conferenza Episcopale campana, in merito ai recenti scandali di PositanoIschia e di Pozzuoli, in cui alcuni parroci di cui ho denunciato pubblicamente la condotta moralmente deprecabile, continuano imperterriti a dire messa.

Proprio per il caso di Ischia, mi ero rivolto direttamente al Vescovo Lagnese, tramite la testata Il Dispari Quotidiano, affinché fossero presi provvedimenti nei confronti del parroco che aveva pubblicato sul proprio profilo facebook una foto pornografica a carattere omosessuale.

Soprattutto, non è corretta la notizia che Napoli non sia coinvolta negli scandali che vedono al centro la condotta di vita omosessuale di alcuni prelati, anche vicini agli ambienti della Curia: io stesso sono stato chiamato a testimoniare in alcuni processi sui quali non posso riferire pubblicamente perché coperti dal segreto pontificio.

Posso, però, pubblicamente rammentare al Cardinale che uno dei parroci con cui avevo personalmente intrattenuto rapporti sessuali fino alla consegna del dossier, è attualmente ancora sul pulpito di una chiesa della Napoli “buona”, nonostante io abbia depositato finanche le registrazioni delle telefonate in cui il prelato si dava appuntamento in un albergo a ore.

Il silenzio stampa degli uffici della Curia è un abile espediente politico ma non è il comportamento di un pastore la cui priorità dovrebbe essere la cura delle anime. Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.

 

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Eccellenza Reverendissima Pietro Lagnese, cosa ne pensa delle foto porno gay che un parroco di Ischia pubblica su Facebook?

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La foto qui sopra è stata condivisa su Facebook non da un pornoattore ma da un sacerdote dell’isola di Ischia, un parroco a stretto contatto con monsignor Pietro Lagnese, vescovo della diocesi di Ischia dal 2013.

Il parroco in questione di cui (per ora) non faccio il nome – in quanto sono sicuro che questo sia interesse diretto di Sua Eccellenza Reverendissima Pietro Lagnese – ha condiviso la foto in oggetto per mero errore, tanto che, dopo averla inconsapevolmente lasciata on line per qualche ora, l’ha poi rimossa su evidente segnalazione di qualche suo fedele, forse qualcuno tra gli stessi che nel frattempo avevano segnalato a me la stessa foto.

Sempre sul profilo Facebook del sacerdote, profilo pubblico a cui hanno accesso anche tanti fedeli, inclusi bambini, tra le preferenze “musicali” del presbitero è indicata una pagina spagnola equivoca “hombres solo para hombres“, ovvero “per soli uomini in cerca di uomini

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Ma c’è molto di più: tra le 143 pagine a cui il sacerdote ha apposto il “like” e che sono mostrate nel suo profilo pubblico, sono incluse almeno una decina di pagine dai chiari contenuti omoerotici e a target omosessuale. Solo per citarne alcune: “Uomo Peloso“, Homography” e “Sex & Men“, “Uomini bellissimi“, “Uomini Uomini“, eccetera eccetera.

Tali pagine preferite convivono nel profilo del prete accanto ad altre dedicate all’isola di Ischia, a Gesù, Padre Pio e alla Madonna di Fatima.

Ciò che, però, più di tutto inquieta, è il like apposto a una pagina denominata “Adolescentes”, con foto di ragazzi adolescenti.

Ora, chiaro è che tutti questi sono errori dovuti alla poca dimestichezza con l’utilizzo dello smartphone, con cui spesso le persone meno attente condividono per errore foto e contenuti presenti sul proprio telefono. Ma è altrettanto chiaro che la presenza sul proprio smartphone di contenuti così specifici non è casuale né può genericamente ascriversi all’esistenza di virus o spiriti maligni insinuati nel proprio smartphone.
Il sacerdote in questione, evidentemente, ha condiviso per mera svista dei contenuti che aveva sul proprio telefono e ha inserito tra i preferiti nel profilo decine di pagine che, non per caso, si trovava a visitare, anche perché le pagine sono ordinate cronologicamente e le preferenze per le pagine omoerotiche sono sparse e costanti, alternate alle pagine ecclesiastiche, dunque se si fosse trattato di un virus o di una svista, tali pagine non si troverebbero in quest’ordine.

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Se poi ciò sia stato fatto a titolo di indagine sociale da parte del sacerdote (come pure un altro sacerdote della diocesi di Pozzuoli, l’anno scorso aveva fantasiosamente affermato in una questione simile che lo riguardava), allora non possiamo saperlo.

Quello che sappiamo è che Sua Eccellenza Reverendissima Pietro Lagnese è sicuramente tenuta a dare delle spiegazioni, a indagare, a capire, a chiarire. Ciò non certamente al sottoscritto ma ai fedeli della Parrocchia, ai collaboratori del parroco, ai catechisti e ai genitori dei bambini che frequentano la chiesa.

Sua Eccellenza aveva già taciuto, tre anni or sono, circa uno scandalo sollevato dal sottoscritto e ripreso dalla testata ischiatana “Il Dispari”.

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Non devo certamente essere io a ricordare a Sua Eccellenza che proprio la natura del ruolo del Vescovo è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibile: epískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori. Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma infatti che con la consacrazione episcopale si raggiunge il vertice del sacerdozio, e con essa la missione di santificare, insegnare e governare.

Per il resto, se un sacerdote fosse colpevole di qualche debolezza, ci mancherebbe pure che la Chiesa non perdonasse visto che questo è il mandato che le ha lasciato il Cristo. Ma il perdono presupporrebbe una presa di coscienza alla base di un pentimento, non una negazione finalizzata all’oblio del misfatto.

Il perdono presupporrebbe delle scuse pubbliche da parte di chi ha sbagliato e di chi ha avallato.
E se mons. Lagnese, da uomo di fede che crede, spera e prega, dovesse dichiarare di soffrire e di essere addolorato per l’esistenza di uno scandalo all’interno della sua diocesi, non potrebbe che ricevere il sostegno e la solidarietà della sua comunità di fedeli.

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Negare la chiarezza al popolo di Dio evitando di interfacciarsi con gli stessi mezzi di comunicazione utilizzati per poi compiere altri misfatti sarebbe un tentativo sicuramente fallimentare, se finalizzato a non palesare ai fedeli dei fatti sui quali bisognerebbe far luce nell’interesse di tutti.

Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.

Lettera aperta a Mons. Gennaro Pascarella, Vescovo di Pozzuoli: ammetta che nessuno ha pagato per il mio silenzio, oppure mi denunci.

Non c’è nulla di nascosto che non venga annunciato sui tetti
Lc. 12,3

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Eccellenza Reverendissima Gennaro Pascarella,

il disorientamento causato nella comunità dei fedeli della Curia di Pozzuoli, dall’allontanamento repentino apparentemente immotivato e del successivo reintegro di un parroco Suo sottoposto, richiede dei chiarimenti che solo Sua Eccellenza può fornire per poter porre fine a un turbamento ormai diffuso, fomentato anche dai dubbi sollevati dalla stampa e ormai generati nella intera comunità.

Da settimane, a seguito del misterioso reintegro del parroco precedentemente coinvolto in una vicenda scandalistica di natura omosessuale, continuo a ricevere da parte di diversi fedeli della Sua diocesi messaggi di insoddisfazione per come si sia conclusa la vicenda e, soprattutto, per come il parroco in questione abbia gestito il suo ritorno in parrocchia, affermando dal pulpito di essersi spontaneamente allontanato, confondendo gli animi e le coscienze, mistificando la verità e mettendo alla berlina chi si poneva dei legittimi e mai chiariti dubbi.

Mentre i messaggi che ricevevo in passato erano di ringraziamento per aver fatto emergere questa criticità, attualmente essi mi accusano di disinteressarmi del prosieguo della situazione, insinuando addirittura che qualcuno mi abbia ricompensato per estraniarmi da ogni forma di commento circa la bizzarra e poco chiara gestione del caso da parte della Curia di Pozzuoli. Mi trovo quindi costretto a riprendere pubblicamente il caso, chiedendo a Sua Eccellenza Reverendissima di chiarire pubblicamente la questione, specificando che nessuno ha pagato per il mio silenzio e chiarendo soprattutto a cosa invece è dovuto il Suo silenzio! 

Molti fedeli a causa di questa vicenda hanno perso fiducia nella Chiesa che Lei rappresenta e anziché rivolgersi alla Curia, interpellano me, che mi sento comunque coinvolto nel dover dare delle risposte, allorquando mi si accusa ingiustamente di connivenza o di scarso interessamento verso questa tristissima conclusione. Tanto le chiedo, non per spirito di accanimento ma per tutelare la mia personale dignità in quanto, come lei ben sa, non ho mai speculato su nessuna delle mie denunce; e tanto è dovuto alla comunità dei fedeli disorientati.

Ciò che stupisce, relativamente alla Sua gestione della vicenda che ha riguardato questo scandalo sessuale nel quale sono stato coinvolto insieme a un parroco della Diocesi di Pozzuoli, è proprio l’assenza di chiarimenti in merito ai provvedimenti presi da parte del Vescovo, relativamente a un processo canonico nel quale sono stato chiamato a testimoniare proprio da Sua Eccellenza Pascarella ma il cui esito, che avrebbe dovuto accertare la verità dei fatti, non è mai stato reso noto, nonostante le ammissioni da parte del prete interessato.

Non potrà non riconoscere, Sua Eccellenza, la mia onestà intellettuale, come per esempio nel caso che nel 2017 aveva visto coinvolti don Varriale e don d’Orlando, in un falso scandalo sessuale che fu poi chiarito proprio anche grazie al mio contributo. La Procura della Repubblica dispose un sequestro nelle abitazioni dei due sacerdoti per poi scoprire, dopo pochi mesi, che non c’era nessun reato. Nel frattempo anche l’indagine ecclesiastica, partita da una denuncia anonima e senza prove, si concluse con un nulla di fatto: non mi si potrà dire di non essere stato in quella occasione coerente e solerte nel difendere la totale estraneità dei due sacerdoti, favorendo anche la loro attuale costituzione di parte civile in un attuale processo penale  a carico di terzi dove anche io stesso sarò testimone.

Mi domando però perché sua Eccellenza Pascarella non chiarisca mai le situazioni creando lui stesso situazioni dubbie. All’epoca dello scandalo del 2017, a Napoli, don d’Orlando fu sospeso dal Cardinale Sepe, salvo poi essere reintegrato con tanto di decreto arcivescovile recentemente pubblicato sul bollettino diocesano nel quale si sottolinea l’infondatezza e l’estraneità alle accuse.

Se, allo stesso modo, anche nel caso dell’attuale vicenda che vede coinvolto un parroco della diocesi di Pozzuoli, tutto si è risolto, perché Sua eccellenza Pascarella non fa altrettanto pubblicando il decreto di reintegro? Il paradosso è che mentre d’Orlando nonostante le accuse infondate del 2017 non è tornato nella stessa parrocchia, invece dopo appena un anno monsignor Pascarella fa sì che il sacerdote suo sottoposto – del quale ancora continua a tutelare l’identità – ritorni proprio nella stessa parrocchia che è stata testimone di una incresciosa vicenda. Ritengo che sarebbe necessario, anche per Pozzuoli, così come è stato fatto per Napoli, che la Curia rendesse pubblico il risultato di un’indagine in cui sono stato coinvolto come teste e per la quale i fedeli oggi mi accusano di connivenza.

Se poi l’indagine si fosse curiosamente conclusa positivamente a favore del sacerdote, sarebbe allora ancora più opportuno pubblicare un decreto di totale estraneità alla vicenda affinché i fedeli smettano di diffidare non solo del parroco ma dell’operato stesso del Vescovo.

Se a Napoli per una denuncia anonima si è deciso di sospendere un prete il cui nome era diventato pubblico, e di continuare a tenerlo in castigo anche dopo averne accertato l’innocenza, a Pozzuoli invece il garantismo di Mons. Pascarella fa sì che un presbitero per il quale è stata presentata una denuncia circostanziata – da un accusatore ritenuto unanimemente credibile – continui a operare proprio a contatto con una categoria particolarmente sensibile come i giovani.
Quasi un’autorizzazione, come fosse cosa buona e giusta per un sacerdote continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si è.

L’inerzia da parte di Mons. Pascarella è grave: crea una falla perché permette di continuare a operare a una persona che moralmente non si comporta secondo i dettami di una dottrina alla quale appartiene e a cui ha scelto liberamente di aderire. Una falla che permette a ogni prete di sentirsi libero di fare ciò che vuole finché il suo nome non diventa pubblico e di vedersi tutelato dai suoi superiori.

Il sapore omertoso della gestione di questa vicenda non aiuta i credenti a metabolizzare un allontanamento seguito da un ritorno in parrocchia che sempre più appare misterioso e che poco si concilia con la politica di chiarezza e onestà auspicata dal Santo Padre.
Pettegolezzi e dubbi su questa vicenda, se non chiariti, continueranno a logorare la dignità delle persone coinvolte, una dignità che solo la chiarezza delle parole del Vescovo può riscattare.

Se l’allontanamento del sacerdote che Lei continua a proteggere è stato spontaneo, se non è dovuto all’esistenza di scandali, di segnalazioni, di materiale in possesso della Curia, se non esiste nessuna indagine ecclesiastica a carico del presbitero, se io stesso non sono in possesso di lettere di convocazione a Suo nome in merito a un processo canonico che ha visto coinvolto il sacerdote, è dovere del vescovo difenderne il buon nome. Se le mie affermazioni, il materiale da me prodotto e le mie testimonianze sono false, perché non sono stato denunciato dal sacerdote in questione e dalla Curia?
Se invece il sacerdote fosse stato sospeso per motivi legati a qualche scandalo, sarebbe dovere del Vescovo esprimere la verità al popolo di Dio e, soprattutto, sarebbe deludente se si fosse tentato di far passare una sospensione punitiva spacciandola per una richiesta di allontanamento spontanea, come il sacerdote ha affermato al suo ritorno in parrocchia.
Soprattutto, se l’allontanamento spontaneo del presbitero non fosse legato a nessuno scandalo a sfondo omosessuale, ora che il dubbio è stato sollevato e che pervade gli animi dei fedeli, è dovere pastorale del Vescovo intervenire a difesa di un suo presbitero. La difesa del buon nome di un presbitero da parte del Vescovo è fondamentale ma non deve mai limitare il diritto della comunità dei fedeli a conoscere circostanze che riguardano la vita pastorale della propria guida morale e spirituale.

Non devo certamente essere io a ricordare a Sua Eccellenza che proprio la natura del ruolo del Vescovo è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibileepískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori.  Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma infatti che con la consacrazione episcopale si raggiunge il vertice del sacerdozio, e con essa la missione di santificareinsegnare e governare.

Mons. Pascarella con il suo attuale atteggiamento si rende fautore di una Chiesa che perde di credibilità per una atavica incoerenza tra predicare e agire, una Chiesa che dovrebbe iniziare a rendersi conto che la gente non ha più quella “riverenza senza domande” nei confronti degli uomini di Dio.

I credenti sanno che la Chiesa non è una società perfetta ma che è fatta di persone: il mistero della Chiesa è un mistero umano e divino e quando prevale l’aspetto umano anche un sacerdote può sbagliare ma proprio in virtù delle fede in Gesù Cristo essi sono pronti a perdonare. Lo scandalo pone l’uomo di fede di fronte a una realtà che umanamente appare inaccettabile, che però deve essere superata da una salda visione di fede.
L’umano non è sempre perfetto, talvolta è peccatore ma è perfettibile e proprio in virtù di ciò il presule non deve temere di palesare la verità, qualunque essa sia, facendo appello a una fede fondata, sincera, che di fronte agli errori della Chiesa non si blocca perché se un credente perdesse la fede soltanto venendo a conoscenza di uno scandalo, il suo credo sarebbe ben poco saldo.

Per il resto, se un sacerdote fosse colpevole di qualche debolezza, ci mancherebbe pure che la Chiesa non perdonasse visto che questo è il mandato che le ha lasciato il Cristo. Ma il perdono presupporrebbe una presa di coscienza alla base di un pentimento, non una negazione finalizzata all’oblio del misfatto.

Il perdono presupporrebbe delle scuse pubbliche da parte di chi ha sbagliato e di chi ha avallato.
E se mons. Pascarella, da uomo di fede che crede, spera e prega, dovesse dichiarare di soffrire e di essere addolorato per l’esistenza di uno scandalo all’interno della sua diocesi, non potrebbe che ricevere il sostegno e la solidarietà della sua comunità di fedeli.

L’attuale silenzio di mons. Pascarella è un cancro che corrode l’animo dei fedeli. Il silenzio stampa è un abile espediente politico ma non è il comportamento di un pastore la cui priorità dovrebbe essere la cura delle anime.
Negare la chiarezza al popolo di Dio evitando di interfacciarsi con i mezzi di comunicazione ricorda i caratteri di un totalitarismo di certo obsoleto.
Un tentativo sicuramente fallimentare, se finalizzato a non palesare ai fedeli dei fatti sui quali bisognerebbe far luce nell’interesse di tutti.

Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.

Mons. Pascarella con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà dunque tacere la verità. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

In fede,
Francesco Mangiacapra

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ASESSUALITÀ, l’elenco delle sottocategorie aggiornato con le ultime novità

Il movimento “Asexual” rivendica, come abbiamo avuto modo di scoprire qui e qui, un fantasioso diritto alla non-sessualità che si è diffuso e vive sui social network, soprattutto grazie a ragazzini che non hanno ancora realmente scoperto la sessualità ma che hanno fretta di identificarsi in un orientamento.

Gli incontri reali tra queste persone sono scarsi e difficili, coerentemente con i problemi psicologici e relazionali legati alla fisicità e ai disturbi di queste persone, che tendono a prediligere forme indirette e virtuali di contatto.

Questi soggetti rivendicano ingiustamente l’esistenza di un quarto orientamento sessuale rispetto agli unici tre orientamenti sessuali esistenti: etero, omo e bisessuale. Il loro assurdo slogan è: «No sex, no problem» in quanto, secondo quanto vorrebbero autoconvincersi, si potrebbe vivere felici anche senza piacere sessuale, senza masturbazione, senza frustrazioni dovute all’assenza di sesso. Ciò, ovviamente, è solo un becero tentativo di dissimulare il malessere nel soggetto che lo vive, a causa della mancanza patologica di desiderio sessuale. Molti di loro nutrono infatti atteggiamenti aggressivi verso la sessualità, essendo giustamente persone che hanno represso i propri impulsi sessuali per impossibilità fisica ad avere rapporti o motivazioni psicologiche.

La sensazione di essere stati privati di qualcosa, la mancanza di accettazione, genera sentimenti negativi nei confronti di chi è a proprio agio con le pulsioni umane.

All’interno del calderone delle persone che rivendicherebbero questo quarto orientamento sessuale, troviamo diverse tipologie di persone, tutte rigorosamente disturbate, ognuna delle quali si è inventata una diversa etichetta. L'”asessualità”, secondo le loro fantasiose teorie, comprenderebbe a sua volta un numero, infinito di sottocategorie: gli aromantici, che non proverebbero il bisogno di formare relazioni romantiche, ma che sarebbero soddisfatti nell’avere profonde relazioni di amicizia; i romantici, che proverebbero desiderio di avere relazioni romantiche, ma senza la presenza del sesso; i demisessuali che non proverebbero attrazione sessuale a meno che non si sia stabilito un forte legame emozionale in precedenza; i gray-A per i quali esisterebbe una zona intermedia (“grigia”) tra sessualità e asessualità.

Elencarne altre si rende necessario al solo scopo di dimostrare il delirio e la deriva a cui le rivendicazioni sociali possono giungere se avallate dalla cultura del politically correct.

Citiamo dunque, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, solo alcune etichette tra cui, quella di  greysessuale, lithsessuale, akoisessuale, fraysessuale, apotisessuale, aegosessuale, autochorisessuale, quoisessuale, apressessuale, cupiosessuale, demiromantico, greyromantico, demiromantico, poliromantico, panromantico, gyneromantico, skolyoromantico pomoromantico, lithromantico, sapioromantico, antisessuale, queerplatonico, semisessuale, etc.

Non è necessario scendere in inutili dettagli analizzando una per una tutte queste inverosimili categorie, anche perché sarebbe un’operazione che compiacerebbe questi dementi avallandone il delirio. È sufficiente limitarci a dire che sono tutte frutto della medesima debolezza patologica: quella di sentirsi a tutti i costi parte di un gruppo, identificandosi in una categoria.

E per ciascuna di queste etichette c’è un gruppo di minoranza che sostiene di avere il diritto di riscattare socialmente il proprio specifico, meritevolissimo di tutela, delirio feticistico legato alla repulsione al sesso.

Perché se la società in passato ha discriminato omosessuali ed ebrei, sarebbe gravissimo, oggi, discriminare anche loro! Qualunque persona che una mattina si sveglia e pretende di creare un’etichetta basata sul cazzo del proprio cane, tramite la quale rivendicare diritti, deve essere ritenuta automaticamente depositaria del diritto di non essere discriminata.

Si inventeranno, tra poco, una categoria di asessuali a cui fa schifo pisciare dal cazzo, invocheranno a gran voce, con l’ausilio della tanto amata alfa privativa, la creazione dell’etichetta di “apisciatori” e pretenderanno che il sistema sanitario nazionale gli paghi l’intervento per impiantare un sistema che consenta loro di pisciare dalla bocca. Istituiranno la giornata mondiale dell”apisciata“, giorno in cui, per supportare la loro minoranza, dovremo pisciare tutti dalla bocca. E chiederanno, naturalmente, una legge che li tuteli da chi commette il reato di “apisciofobia” da applicare a tutti quelli che continuano a pisciare dal cazzo negli orinatoi pubblici, che risulterà essere un atto profondamente discriminatorio nei confronti di chi, suo malgrado, poverino, prova repulsione per il fatto di pisciare dal cazzo.

 La comunità LGBT, anzi la comunità LGBTQIA (mentre leggete potrebbero aver deciso di aggiungere altre lettere), conferirà loro una bandiera arcobaleno, con i colori del piscio e della bocca ma privata, naturalmente per non offenderli, del colore del cazzo.

Per ora, comunque, l’etichetta più assurda, estrema, che questi disturbati si sono inventati, è quella di allosessuale che si riferisce, addirittura, alle persone normali, cioè alle persone sane, quelle che fanno sesso normalmente, con chi vogliono, quando vogliono.

Leggi anche: ASESSUALITA’: le risposte ai dubbi dei lettori

Leggi anche: “ASESSUALITÀ”: una nuova etichetta nata per giustificare un grave disturbo sessuale

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ASESSUALITA’: le risposte ai dubbi dei lettori

Dopo il successo del precedente articolo chiarificatore sull’ASESSUALITA’, che potete leggere QUI, oggi rispondiamo a dieci domande giunte dai lettori per chiarire definitivamente tutti i dubbi sull’argomento.

1- ESISTE SCIENTIFICAMENTE LA ASESSUALITA’?

La ASESSUALITA’ intesa come orientamento sessuale NON ESISTE.
Esiste il disturbo asessuale, inteso come patologia. Tale confusione è stata purtroppo generata dalle associazioni LGBT che hanno recentemente categorizzato impropriamente il disturbo asessuale come ASESSUALITA’.
A questa deriva sociale si è giunti su iniziativa della lobby delle associazioni LGBT, sempre assetata di potere politico derivante dal consenso delle minoranze, nel tentativo di attrarre le persone affette dal disturbo asessuale elevando impropriamente questa patologia al rango di orientamento sessuale alternativo (recte, negativo).

2- LA LETTERATURA SCIENTIFICA SULLA ASESSUALITA’ È UNIVOCA?

La presunta letteratura scientifica che ingiustamente la lobby LGBT pone alla base della giustificazione dell’elevazione al rango di orientamento sessuale, è parziale e non sempre condivisibile, perché in molti casi politicizzata. D’altronde, la stessa conferenza DSM-5 delibera per alzata di mano a maggioranza, esattamente come qualunque organo politico!

3- LA ASESSUALITA’ È PARAGONABILE ALLA PEDOFILIA E ALL’ANORESSIA?

Certamente sì. Sono tutti gravi e dannosi disturbi. La pedofilia lede terze persone causando gravi danni e traumi ed è inoltre un reato; l’anoressia procura inficianti danni fisici e può causare la morte. La cosiddetta asessualità, pur non essendo un reato, pur non provocando danni a terzi, pur non essendo mortale, genera gravi disturbi e ripercussioni emotive psicologiche e sociali sia nel soggetto che ne è affetto, sia nell’eventuale partner. Se la società moderna è arrivata, giustamente, a stigmatizzare pedofilia e anoressia, ciò ancora non è avvenuto con la asessualità, a causa della minore pericolosità sociale e fisica della patologia ma soprattutto a causa di pressioni politiche legate a una ingiusta estremizzazione del senso di politically correct.
Pertanto, i soggetti affetti dal disturbo asessuale vanno trattati alla stregua di pedofili e anoressici, ovvero indotti a curarsi onde tentare di ridurre i danni o, se possibile, guarire.

4- QUALI SONO LE CAUSE DELL’ASESSUALITA’?

Le cause del disturbo asessuale possono essere molteplici, alcune di natura fisiologica, altre di natura psichiatrica, altre di condizionamento sociale o emotivo.
Le patologie che fisiologicamente determinano il disturbo asessuale possono essere, nella donna, la frigidità, l’anorgasmia, problemi legati a gravidanza e menopausa, disturbi da dolore sessuale. Nell’uomo, il disturbo asessuale è talvolta determinato da impotenza, disfunzioni erettili, eiaculazione precoce, fimosi, frenulo breve.
Ma, soprattutto, il disturbo si presenta in entrambi i sessi in caso di disfunzioni ormonali. In altri casi, il disturbo asessuale prescinde da patologie fisiche ed è legato a fattori psicologici o psichiatrici, come la mancanza di accettazione della propria omosessualità, o della propria disforia di genere, o la presenza di traumi (ad esempio aver subito un abuso sessuale o aver assistito al coito dei propri genitori). Più spesso è l’effetto di altri disturbi quali anoressia o obesità, che generano nel soggetto un complesso rispetto alle proprie fattezze fisiche.
Ancora, le cause psicologiche del disturbo asessuale possono essere determinate da complessi legati a parti specifiche del proprio corpo come il pene troppo piccolo nell’uomo o il seno troppo piccolo nella donna. In alcuni casi, anche le persone transessuali possono sviluppare un disturbo asessuale legato all’inadeguatezza dei propri genitali rispetto alle proprie apparenze estetiche, soprattutto i trans FTM che vivono il complesso dell’assenza del pene (che, anche se ricostruito, è comunque un corpo morto).
In altri casi, più facilmente risolvibili, il disturbo asessuale è semplicemente legato a fattori di condizionamento sociale quali ad esempio una personalità troppo debole alla ricerca di identità: è per questo che molti adolescenti che, giustamente, ancora non hanno scoperto il proprio corpo e la sessualità, trovano nell’etichetta della asessualità una identificazione che li fa sentire parte di un gruppo. Non è casuale, infatti, che molti adolescenti che si definiscono asessuali, ricerchino la propria identità sociale anche in altre forme di identificazione aggregativa, come ad esempio il “cosplay” o la realtà “emo“.
Ancora, il disturbo asessuale può manifestarsi in soggetti che hanno difficoltà a reperire partner sessuali, come ad esempio i disabili.

5- LE PERSONE CHE SI DEFINISCONO ASESSUALI VANNO DISCRIMINATE?

Assolutamente no, essendo persone affette da un disturbo. Nessuna persona affetta da un disturbo va discriminata in una società civile: questi soggetti vanno aiutati a comprendere il proprio problema e indirizzati presso uno specialista.
Attenzione però al limite di tolleranza, perché identificare questo disturbo come un orientamento sessuale costituisce un avallo che acuisce la patologia e non ne favorisce la risoluzione. Un sentimento di scetticismo di fronte alla impropria etichetta di asessualità, è dunque l’atteggiamento più congruo.

6- LE PERSONE ASESSUALI VANNO DERISE?

Dipende dal caso, non esiste una regola. Talvolta la derisione collettiva costituisce uno stimolo per le persone affette dal disturbo asessuale a prendere coscienza della necessità di iniziare a curarsi. Nel caso di asessualità derivante da obesità, per esempio, la derisione può costituire un ottimo stimolo per iniziare una dieta come primo passo verso la risoluzione sia dell’obesità che del disturbo asessuale.
Se invece il disturbo asessuale dipende da fattori come, ad esempio, il pene piccolo o la disabilità, certamente queste persone vanno aiutate ad accettare la propria condizione, mai derise.

7- QUALI SONO I SINTOMI DELL’ASESSUALITA’?

Spesso è difficile riconoscere i sintomi del disturbo asessuale perché il primo sintomo è proprio l’istinto di rinnegare il proprio disturbo. In passato ciò avveniva semplicemente nascondendo anche a se stessi e ai prossimi la presenza del disturbo asessuale, oggi paradossalmente ciò avviene identificandosi come “asessuali” con la pretesa di far passare il proprio disturbo per un orientamento sessuale come l’eterosessualità, l’omosessualità o la bisessualità.

8- COSA FARE NEL CASO IN CUI UN SOGGETTO MANIFESTA I SINTOMI DELL’ASESSUALITA?

Nell’ipotesi in cui un soggetto manifesti sintomi legati al disturbo asessuale o, addirittura, per condizionamento indotto, si identifichi egli stesso quale “asessuale”, è sempre necessario rivolgersi a uno specialista. Le diagnosi, e soprattutto le cure FAI-DA-TE non sono mai risolutive anzi, in molti casi, acuiscono il disturbo anziché risolverlo

9- A CHI RIVOLGERSI PER RISOLVERE UN PROBLEMA DI ASESSUALITA’?

Il disturbo asessuale va sempre trattato da specialisti, quindi la prima figura con cui interfacciarsi è proprio il medico di base: sarà quest’ultimo, in relazione alla presunta causa del disturbo, a indirizzare il paziente presso uno psicologo, uno psichiatra, un neurologo, un sessuologo, un endocrinologo, un andrologo, un urologo o un ginecologo.

10- SI PUO’ GUARIRE DALL’ASESSUALITA’?

La risposta non è univoca, purtroppo. La possibilità di guarigione dipende dalla natura e dal tipo di disturbo asessuale: spesso il disturbo asessuale determinato da fattori psicologici è senz’altro risolvibile con una buona psicoterapia (anche se non è esclusa la possibilità di ricaduta), ciò diventa più difficile nel caso di asessualità derivante da disturbi psichiatrici, che spesso si protraggono, ad alti e bassi, per tutta la vita. Talvolta è necessaria anche una terapia ormonale, in caso di disfunzioni. Nel caso di disturbo asessuale legato a fattori fisiologici, la guarigione spesso avviene contestualmente alla risoluzione del problema che determina la asessualità, come ad esempio la circoncisione nel caso di fimosi o frenulo breve. Nel caso dei disabili, per esempio, il disturbo asessuale si risolve con la figura del cosiddetto assistente sessuale o anche di una semplice prostituta.
In altri casi il disturbo asessuale è solo ridimensionabile ma non guaribile. In ipotesi più estreme, ma non rare, il disturbo asessuale è irreversibile, soprattutto quando è lo stesso soggetto a non voler prendere atto del proprio disturbo.

LEGGI ANCHE: ASESSUALITÀ, l’elenco delle sottocategorie aggiornato con le ultime novità

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“ASESSUALITÀ”: una nuova etichetta nata per giustificare un grave disturbo sessuale

Nella attuale dittatura delle minoranze, dove il politically correct rappresenta una guarentigia per qualsiasi capriccio che si pretende di spacciare per diritto acquisito, è da poco nata una nuova, pericolosa, etichetta: la cosiddetta “ASESSUALITÀ”, ultimamente molto in voga tra alcune persone affette da disturbi sessuali o disfunzioni ormonali nonché tra persone complessate o represse, tutte accomunate dalla repulsione agli instinti sessuali.

Ciò che ingiustamente si vorrebbe spacciare per “ASESSUALITÀ” non è altro che un disturbo della sfera sessuale, un blocco in molti casi dovuto a traumi pregressi o semplicemente alla assenza di esperienze sessuali valide. Un disturbo che, ovviamente, dovrebbe essere trattato da specialisti quali neuropsichiatri e sessuologi e che non dovrebbe essere avallato e strumentalizzato, come purtroppo avviene sui social network.

Il compito di una società civile è infatti quello di indurre questi soggetti disturbati a prendere atto del proprio problema, a non sottovalutarlo e a rivolgersi a specialisti che siano in grado di trattarlo e risolverlo o, almeno, di ridurne gli effetti. Reprimere una pulsione primaria come quella sessuale, infatti, non può essere una scelta consenziente ma è inevitabilmente frutto di un disagio. Il delirio asessuale di questi soggetti non va pertanto avallato, al contrario bisogna indurre le persone affette da tale disturbo a non autoconvincersi che la loro possa rappresentare una scelta e, meno che mai, una forma alternativa di orientamento sessuale o identità di genere.

Le evidenze scientifiche inventate ad hoc dalla lobby LGBT in merito alla “ASESSUALITÀ” non possono trovare alcun riscontro logico poiché, ovviamente, non si può scientificamente dimostrare ciò che non esiste, ovvero l’assenza di pulsioni sessuali. Pertanto non è corretto parlare di “ASESSUALITÀ” ma bisogna piuttosto parlare di “disturbo asessuale”.

La lobby delle associazioni LGBT, infatti, erroneamente tenta di etichettare questi disturbi come orientamenti sessuali, paragonando addirittura la “ASESSUALITÀ” all’omosessualità, invocando ingiustamente criteri di libertà e non discriminazione a tutela di questa minoranza. In realtà, volendo fare un paragone forzato, la “ASESSUALITÀ” andrebbe più propriamente paragonata alla pedofilia, in quanto entrambi i disturbi sono deviazioni sessuali lesive. Se la pedofilia lede, purtroppo, terze persone abusate, la “ASESSUALITÀ” è comunque lesiva degli equilibri personali del soggetto che ne è affetto e dell’eventuale partner. L’effetto diretto del disturbo asessuale è, ovviamente, la compromissione della propria condotta di vita sociale e relazionale, che viene intaccata dalla difficoltà di relazionarsi con una pulsione primaria e atavica quale l’istinto sessuale. Questo danno è tanto grave quanto lo è quello causato dal disturbo opposto, ovvero la ipersessualità, più volgarmente conosciuta come “ninfomania”.

La lobby LGBT, purtroppo sempre pronta a sfruttare il facile consenso della solidarietà tra minoranze – come se essere gay equivalga a dover difendere zingari che delinquono e terroristi musulmani – ha prontamente offerto addirittura una bandiera a questa categoria, legittimando di fatto l’esistenza di una etichetta. E allora come mai non viene altrettanto data una apposita bandiera ed etichetta anche alle donne ninfomani e agli uomini ipersessuali?

L’etichetta di orientamento sessuale affibiata al disturbo asessuale è lesiva prima di tutto per le stesse persone affette da tale disturbo che, anziché essere giustamente indotte a prendere atto delle proprie problematiche, si crogioleranno facendo proselitismo, pascendo, incrementando e diffondendo un disturbo che continua a renderle infelici e incomplete. Ed è così che, con la pubblicità dei social network, il disturbo asessule si inizia a propagare non più soltanto tra persone affette da disagi psichiatrici sviluppati in seguito a traumi ma anche tra semplici gay e soprattutto lesbiche represse e fallofobiche, che a causa dell’assenza di esperienze, di un cattivo rapporto con il proprio corpo e di generici e superabili complessi adolescenziali, trovano un facile ma pericolosissimo sbocco nell’etichetta della “ASESSUALITÀ”. Anche alcune donne affette da frigidità o anorgasmia, sposano ingiustamente la causa della “ASESSUALITÀ” per il timore di affrontare seriamente il proprio disturbo sessuale. Per questi soggetti, che di base non nascono bacati ma lo diventano per condizionamento sociale, probabilmente uno stupro riparatore potrebbe essere l’evento traumatico che consentirebbe una effettiva presa di coscienza circa le pulsioni sessuali.

Il nostro compito morale, pertanto, è quello di indurre le persone che erroneamente si definiscono “ASESSUALI” a prendere coscienza dell’importanza e della imprescindibilità della pulsione sessuale.

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Don Crescenzo Abbate ricompare il giovedì santo: che fine aveva fatto?

Giovedì 18 aprile 2019, don Crescenzo Abbate, ex parroco di Succivo (CE), defenestrato dal Vescovo della Chiesa di Aversa, ricomparirà – a distanza di quasi due anni di silenzio – proprio ad Aversa durante la celebrazione liturgica serale in occasione del giovedì santo. Per l’occasione, don Crescenzo – per il quale ricorre l’anno giubilare della propria ordinazione – festeggerà l’anniversario di venticinque anni di sacerdozio, rinnovando alla Chiesa e ai fedeli le sue promesse. Promesse che, speriamo per i prossimi venticinque anni siano onorate meglio e più che in passato.

La messa crismale del giovedì santo è un solenne atto pubblico della Chiesa ed evidentemente consentire la presenza e il festeggiamento di un anniversario a don Crescenzo, vuole rappresentare un tentativo ufficioso per la curia di riabilitarlo o, forse, un termometro per testare la temperatura delle opinioni dei fedeli rispetto al passato scandalo che lo aveva coinvolto.

La sospensione dal ruolo di parroco per don Crescenzo, era avvenuta infatti a seguito dell’affiorare sulle pagine di cronaca di un increscioso incidente seguito alla circostanza che due ragazzi gli avrebbero estorto mille euro per non diffondere un video hard di cui il prete sarebbe  stato protagonista.

E se dei larghi confini della generosità ecumenica del prete si sussurrava da tempo nel paesotto in maniera più o meno celata, ciò che è certo è che al vescovo Spinillo erano già note le tendenze e la condotta del parroco della sua diocesi, perché io stesso, un anno e mezzo prima dello scandalo avevo informato Sua Eccellenza invitandolo a svolgere le dovute indagini e a prendere gli opportuni provvedimenti.

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Ciò che è accaduto a seguito della scomparsa del prete dalla parrocchia, non è dato sapere in quanto lo stesso si è reso irreperibile, si è cancellato dai social network e ha chiesto di non essere cercato.
La posizione del Vescovo, non è mai pervenuta, al punto che non sappiamo se effettivamente sia mai stato avviato un procedimento canonico per rivedere la posizione del sacerdote, procedimento che dovrebbe essere obbligatorio date le circostanze e che, soprattutto, dovrebbe dare delle risposte concrete ai fedeli disorientati da una sparizione mai chiarita.

Nonostante ciò, don Crescenzo viene riammesso oggi a concelebrare solennemente, senza che i fedeli siano mai stati messi a conoscenza del certo lieto fine della sua vicenda.

Ma i fedelissimi di don Crescenzo, gli amici, le beghine, non temano: giovedì santo non resterà l’unica occasione per rivedere il prete!

Per la gioia di chi volesse manifestargli solidarietà e stima, ho scoperto l’attuale ricovero del sacerdote, che con piacere rivelo in esclusiva per il mio blog.

Don Crescenzo Abbate è attualmente ospitato a Napoli presso i Padri Missionari Vincenziani ai Vergini, nel rione Sanità al Borgo Vergini, proprio nel Complesso Monumentale Vincenziano in Via Vergini n. 51. L’accogliente Casa religiosa “ACCOGLIENZA VINCENZIANA” è un complesso monumentale del XVII secolo completamente ristrutturato, al centro di Napoli, vicino al Duomo di San Gennaro e facilmente raggiungibile in metropolitana.

Possiamo garantire che Don Crescenzo si mantiene, fortunatamente, in splendida forma, sempre amante della disciplina fisica, dell’ordine, dell’igiene personale e del bel vestire.

Chi volesse trovare da lui una parola di conforto, oggi sa dove trovarlo.

 

 

 

CHEMSEX: drogarsi e infettarsi l’HIV è moda (e modello da seguire). E i sieropositivi dell’associazione PLUS organizzano un convegno per insegnare a drogarsi meglio.

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Qualcosa sta sfuggendo di mano alle associazioni LGBT con la moda del CHEMSEX.
Chiariamolo subito, non esiste nessun CHEMSEX: la droga si chiama DROGA e i drogati si chiamano drogati. Edulcorare il linguaggio comune recependo etichette anglofone è solo un espediente per tentare di avallare e giustificare determinati fenomeni sociali dannosi per la salute e per la collettività, non è progresso ma regresso.
In una società civile è assurdo che un circoletto di sieropositivi possa organizzare – come è accaduto a Roma – convegni dove si insegnano le persone a drogarsi meglio e a coordinare l’uso di droghe e di farmaci: questa è promozione delle droghe e non certamente tentativo di riduzione del rischio. Parlare di droghe senza invitare le persone dipendenti a smettere di drogarsi, parlare di droghe senza biasimarne l’utilizzo e la dipendenza, senza evidenziarne la pericolosità sociale, NON è riduzione del rischio ma PUBBLICITÀ REGRESSO.
Non si tratta di voler essere proibizionisti ma di voler educare la società e le nuove generazioni a mantenere integra la propria salute anziché a negoziarla sempre di più al ribasso. E neppure si può equiparare l’utilizzo di droghe – che è un comportamento lesivo per la propria salute, per la collettività e che avalla il racket – alle libertà sessuali e all’autodeterminazione delle persone.

Esistono dei limiti alla libertà e all’autodeterminazione: la salute e la legalità. E di questi limiti dovrebbero essere custodi non solo le istituzioni ma ogni cittadino, in quanto contributore di quel sistema sanitario che poi cura chi decide – a discapito economico della collettività – di drogarsi e ammalarsi.

Ma se giocare con la salute altrui è grave, lo diventa ancor di più se a permettere che ciò accada è chi la propria salute l’ha persa. L’associazione di sieropositivi PLUS (una onlus che percepisce fondi da una casa farmaceutica che produce farmaci antiretrovirali) organizza nel 2019 un incontro per diffondere informazioni sull’uso di droghe durante il sesso. Nessun invito a smettere di drogarsi, al contrario l’auspicio a non discriminare chi si droga e – soprattutto – tante informazioni per drogarsi meglio. L’esperto di droghe spiega per bene come funzionano le sostanze e come vanno assunte nel modo giusto: “un bravo utilizzatore di droga è anche molto bravo nell’utilizzare altri farmaci” e quindi viene spiegata l’utilità di coadiuvare le varie droghe con gli antipsicotici e con i farmaci per la disfunzione erettile che consegue dall’utilizzo di droghe. “La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”.
A corollario, una applauditissima testimonianza di un sieropositivo drogato inglese che spiega come il problema non siano le sostanze stupefacenti ma che, al contrario, la droga aiuti a superare alcuni problemi di natura sessuale e relazionale, rendendo tutto più “sexy“. Non mancano cenni storici sulla cocaina e sulla provenienza e sulla diffusione geografica delle droghe.

QUI per vedere il video dell’evento.

Tanto accade nel 2019, in Italia, in un convegno organizzato da un’associazione di sieropositivi organizzati.

Sandro Mattioli, fondatore della stessa associazione, già qualche mese fa redarguiva su Facebook un utente che aveva definito “una porcata” l’uso di droghe o di viagra (evidentemente non prescritto). Non solo non stigmatizza l’utilizzo di droghe ma – paradossalmente – rimprovera chi etichetta negativamente queste “pratiche”, come se non fossero lesive della salute personale e collettiva!

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La loro ignobile propaganda vorrebbe innescare nell’immaginario collettivo l’idea che l’utilizzo di droghe e il sesso non protetto debbano rappresentare una libera e rispettabile scelta alternativa di vita salutare; vorrebbero spacciare i farmaci antiretrovirali per caramelle (mistificandone i gravi effetti collaterali) allo scopo di imporre il modello di bel vivere sieropositivo come una salvifica alternativa alla supposta frustrazione di usare il preservativo.

Vorrebbero riempirci la testa con gli slogan della loro campagna di disinformazione mediatica, come se l’alea di possibilità tra infettarsi o meno rappresenti quasi una scelta consenziente e utile e come se la differenza tra infettarsi o meno non sia quella di rovinarsi con una condanna a vita.

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“Se ti capita di non usare il condom” recita addirittura la recente pubblicità creata da un gruppo di sieropositivi tesa a pubblicizzare un farmaco antiretrovirale come sostituto del preservativo, nonostante la stessa casa farmaceutica che lo produce si raccomandi di non dismettere il condom. Allo scopo di pubblicizzare un farmaco si arriva a spacciare il sesso non protetto come una scelta ponderabile e non già un atto socialmente pericoloso.

Dopo trent’anni di battaglie contro l’AIDS, ancora oggi la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di una lobby di sieropositivi che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da quelle associazioni che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi.

Il risultato di questo attacco è che molte persone abbassano la guardia su ciò che non dovrebbe essere mai negoziabile: la salute. Ed è a causa della propaganda del bel vivere da sieropositivi che le nuove generazioni mettono sempre più in discussione l’importanza del preservativo, unico vero presidio di garanzia di salute.

Il Sig. Mattioli, purtroppo, ci aveva già abituato a dichiarazioni poco edificanti:

«C’è una parte minoritaria di popolazione, anche gay, che non usa il condom.
Non mi interessa entrare nel merito: non lo usa o lo usa in modo incostante.
Quindi che vogliamo fare? Continuiamo a discriminare chi fa scelte difformi dalla maggioranza? Smettiamola, subito!»

Sandro Mattioli. presidente di Plus Onlus

La dichiarazione qui sopra non è uno scherzo e non è stata pronunciata nel 1977, quando non esisteva l’allarme AIDS ma purtroppo è stata realmente proferita dal presidente di un circoletto di sieropositivi organizzati.
L’aberrazione di questa dichiarazione consta proprio nell’avallo del comportamento a rischio di chi continua imperterrito a fare sesso non protetto e, peggio ancora, nel ritenere che questo comportamento sia un diritto acquisito!
Ricordiamo che sempre Mattioli aveva affermato, ironizzando probabilmente sulla salute delle persone sane, che l’effetto collaterale dei farmaci antiretrovirali sarebbe la SERENITA’ (qui per leggere l’ignobile articolo). La serenità di rovinarsi fegato e reni, probabilmente.
Mattioli e la sua cricca sono i principali fautori in Italia della propaganda del Truvada, il pericoloso farmaco antiretrovirale che da molti viene assurdamente inteso come felice alternativa al preservativo. E non possiamo sapere se e quanto sia casuale che l’associazione fondata da Mattioli sia iscritta proprio nel libro paga di Gilead, la casa farmaceutica che produce il farmaco, come possiamo leggere direttamente sul sito di Gilead Italia.

Se queste persone si fossero impegnate a utilizzare il preservativo con lo stesso ardore con cui oggi propagandano i farmaci antiretrovirali, probabilmente la loro condizione attuale sarebbe diversa. Ciascuno è libero di assegnare alla propria salute un diverso livello di importanza ma chi non si preoccupa della propria salute – perché l’ha già persa – non dovrebbe avere il diritto di discutere di quella altrui né delle libertà che inficiano la salute pubblica che, evidentemente, libertà non sono ma solo pericoli sociali che si pretende di spacciare per libertà.

“La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”: il convegno per imparare a drogarsi meglio a cura di PLUS ONLUS

Italia, anno 2019.

L’associazione di sieropositivi PLUS (una onlus che percepisce fondi da una casa farmaceutica che produce farmaci antiretrovirali) organizza un incontro per diffondere informazioni sull’uso di droghe durante il sesso. Nessun invito a smettere di drogarsi, al contrario l’auspicio a non discriminare chi si droga e – soprattutto – tante informazioni per drogarsi meglio. L’esperto di droghe spiega per bene come funzionano le sostanze e come vanno assunte nel modo giusto: “un bravo utilizzatore di droga è anche molto bravo nell’utilizzare altri farmaci” e quindi viene spiegata l’utilità di coadiuvare le varie droghe con gli antipsicotici e con i farmaci per la disfunzione erettile che consegue dall’utilizzo di droghe. “La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”.
A corollario, una applauditissima testimonianza di un sieropositivo drogato inglese che spiega come il problema non siano le sostanze stupefacenti ma che, al contrario, la droga aiuti a superare alcuni problemi di natura sessuale e relazionale, rendendo tutto più “sexy“. Non mancano cenni storici sulla cocaina e sulla provenienza e sulla diffusione geografica delle droghe.

QUI per vedere il video dell’evento.

PROGRESSO O REGRESSO? Se giocare con la salute altrui è grave, lo diventa ancor di più se a permettere che ciò accada è chi la propria salute l’ha persa.

Tanto accade nel 2019, in Italia, in un convegno organizzato da un’associazione di sieropositivi organizzati.

Sandro Mattioli, fondatore della stessa associazione, già qualche mese fa redarguiva su Facebook un utente che aveva definito “una porcata” l’uso di droghe o di viagra (evidentemente non prescritto). Non solo non stigmatizza l’utilizzo di droghe ma – paradossalmente – rimprovera chi etichetta negativamente queste “pratiche”, come se non fossero lesive della salute personale e collettiva!

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La loro ignobile propaganda vorrebbe innescare nell’immaginario collettivo l’idea che l’utilizzo di droghe e il sesso non protetto debbano rappresentare una libera e rispettabile scelta alternativa di vita salutare; vorrebbero spacciare i farmaci antiretrovirali per caramelle (mistificandone i gravi effetti collaterali) allo scopo di imporre il modello di bel vivere sieropositivo come una salvifica alternativa alla supposta frustrazione di usare il preservativo.

Vorrebbero riempirci la testa con gli slogan della loro campagna di disinformazione mediatica, come se l’alea di possibilità tra infettarsi o meno rappresenti quasi una scelta consenziente e utile e come se la differenza tra infettarsi o meno non sia quella di rovinarsi con una condanna a vita.

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“Se ti capita di non usare il condom” recita addirittura la recente pubblicità creata da un gruppo di sieropositivi tesa a pubblicizzare un farmaco antiretrovirale come sostituto del preservativo, nonostante la stessa casa farmaceutica che lo produce si raccomandi di non dismettere il condom. Allo scopo di pubblicizzare un farmaco si arriva a spacciare il sesso non protetto come una scelta ponderabile e non già un atto socialmente pericoloso.

Dopo trent’anni di battaglie contro l’AIDS, ancora oggi la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di una lobby di sieropositivi che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da quelle associazioni che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi.

Il risultato di questo attacco è che molte persone abbassano la guardia su ciò che non dovrebbe essere mai negoziabile: la salute. Ed è a causa della propaganda del bel vivere da sieropositivi che le nuove generazioni mettono sempre più in discussione l’importanza del preservativo, unico vero presidio di garanzia di salute.

Il Sig. Mattioli, purtroppo, ci aveva già abituato a dichiarazioni poco edificanti:

«C’è una parte minoritaria di popolazione, anche gay, che non usa il condom.
Non mi interessa entrare nel merito: non lo usa o lo usa in modo incostante.
Quindi che vogliamo fare? Continuiamo a discriminare chi fa scelte difformi dalla maggioranza? Smettiamola, subito!»

Sandro Mattioli. presidente di Plus Onlus

La dichiarazione qui sopra non è uno scherzo e non è stata pronunciata nel 1977, quando non esisteva l’allarme AIDS ma purtroppo è stata realmente proferita dal presidente di un circoletto di sieropositivi organizzati.
L’aberrazione di questa dichiarazione consta proprio nell’avallo del comportamento a rischio di chi continua imperterrito a fare sesso non protetto e, peggio ancora, nel ritenere che questo comportamento sia un diritto acquisito!
Ricordiamo che sempre Mattioli aveva affermato, ironizzando probabilmente sulla salute delle persone sane, che l’effetto collaterale dei farmaci antiretrovirali sarebbe la SERENITA’ (qui per leggere l’ignobile articolo). La serenità di rovinarsi fegato e reni, probabilmente.
Mattioli e la sua cricca sono i principali fautori in Italia della propaganda del Truvada, il pericoloso farmaco antiretrovirale che da molti viene assurdamente inteso come felice alternativa al preservativo. E non possiamo sapere se e quanto sia casuale che l’associazione fondata da Mattioli sia iscritta proprio nel libro paga di Gilead, la casa farmaceutica che produce il farmaco, come possiamo leggere direttamente sul sito di Gilead Italia.

Se queste persone si fossero impegnate a utilizzare il preservativo con lo stesso ardore con cui oggi propagandano i farmaci antiretrovirali, probabilmente la loro condizione attuale sarebbe diversa. Ciascuno è libero di assegnare alla propria salute un diverso livello di importanza ma chi non si preoccupa della propria salute – perché l’ha già persa – non dovrebbe avere il diritto di discutere di quella altrui né delle libertà che inficiano la salute pubblica che, evidentemente, libertà non sono ma solo pericoli sociali che si pretende di spacciare per libertà.