1° febbraio, un passo verso il regresso: la “Giornata Internazionale del Velo“

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Evoluzione e progresso tornano indietro ai tempi dei social network e del politically correct: se scrivi contro il Papa e contro la Chiesa tutti si compiacciono e condividono. Se scrivi contro l’Islam invece sei razzista e xenofobo. La nuova frontiera è la celebrazione della giornata mondiale del velo, giorno in cui tutte le donne, anche le non musulmane, sono invitate a indossare il velo, contribuendo così a promuovere una cultura islamica che indiscutibilmente rema contro il progresso, la libertà, la parità dei sessi.

Una cultura misogina che promuove donne costrette a vivere imprigionate in un velo che si pretende di far passare per scelta e spose bambine morte dissanguate a seguito della deflorazione. Femminicidi e lapidazioni pubbliche per adulterio che neppure fanno notizia perché costituiscono una regola incontestabile e socialmente indefettibile.

La cecità alla realtà oggettiva spinge chi avalla l’Islam per partito preso e senza cognizione di causa a ignorare l’oscurantismo, il sessismo, la misoginia, la violenza, gli abusi, la teocrazia e tutti i principi simili su cui è fondata la cultura islamica pur di giustificare una presunta possibilità di integrazione che sempre più si sta ritorcendo a discapito della nostra libertà. La nuova etichetta del politically correct? Si chiama ISLAMOFOBIA: qualunque opinione o notizia di cronaca che non faccia apologia della cultura islamica viene etichettata come razzista e islamofobica. Oriana Fallaci ci aveva visto lungo.

I musulmani non vogliono l’integrazione: vogliono la prevaricazione, l’imposizione della loro cultura sulla nostra perché si reputano eticamente superiori. Li accogliamo pensando che non siano tutti uguali e che esistano musulmani moderati; loro giustamente vengono in Europa ad approfittare di una libertà di cui non godrebbero nel loro paese. Ma ideologicamente non esiste l’islam buono e quello cattivo: ne esiste uno solo, quello dettato dal Corano che vede qualsiasi persona non musulmana un infedele, e come tale un nemico. Quell’Islam che si è diffuso sin dall’inizio, e ancora oggi, tramite imposizione, oscurantismo, violenza e misoginia. Per i musulmani l’unica LEGGE è il Corano, e qualunque altro codice è subordinato ad esso. Questo rende automaticamente incompatibile la loro convivenza in paesi che non siano confessionali islamici.
Non dubito che i musulmani che possiamo accogliere in Italia siano rispettosi, ma SONO CERTO che appena ne avrebbero occasione, non subito, finirebbero per far prevaricare quel loro senso di superiorità etica dettata dal Corano che DISCONOSCE E CONDANNA GLI INFEDELI. Sono arrivati come OSPITI, come è giusto che sia, ma adesso pretendono posizioni da padroni senza voler abdicare alla loro INCOMPATIBILE CULTURA PREVARICATRICE E MISOGINA.

Questa è la loro cultura: come possiamo parlare realmente di integrazione e di arricchimento culturale se la loro cultura pretende di non volersi piegare ai principi di civiltà e rispetto dei paesi occidentali?

I paesi islamici, le cui leggi sono basate sul Corano, sulla discriminazione, sulla misoginia e sulla prevaricazione, non ci permetterebbero di entrare in casa loro a fare i comodi nostri. Applichiamo quindi il principio della reciprocità e accogliamo i popoli nella stessa misura in cui questi accoglierebbero noi.

La guerra santa continua e qui non si parla di astrazioni per anime belle ma di avallare reati o implementare violenze di genere in nome dell’integrazione a tutti i costi: l’unico fascismo e razzismo è il negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare il politically correct.

Questa è la morte della ragione, sacrifichiamo i nostri interessi e la nostra libertà per agevolare chi non ci rispetta.

 

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Il vaccino per l’AIDS che consente di non usare il preservativo: ecco la mistificazione della lobby sieropropagandista

 

 

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Il vaccino per l’AIDS che consente di non utilizzare il preservativo: questa l’immagine distorta, falsa, scientificamente sbagliata che la lobby sieropropagandista vuole imporre mistificando la realtà al solo scopo di indurre persone SANE ad assumere farmaci antiretrovirali, così da incitare le nuove generazioni a non utilizzare il preservativo.

Una pubblicità mistificatoria sempre più pressante per il farmaco che faciliterà e aumenterà la diffusione dell’HIV, oltre ad allevare resistenze al virus a chi ancora non è contagiato (con l’effetto di rendere più difficoltose le cure quando ci si contagerà).

Un farmaco che in realtà non evita il contagio HIV ma lo ritarda soltanto, perché abitua le persone a dismettere il preservativo.
La PrEP, ovviamente, pur NON essendo un un sostituto del preservativo è stata accolta dalla lobby dei sieropositivi dediti al sesso non protetto come una sorta di vaccino universale, mistificandone il valore e soprattutto senza tenere conto che oltre ad avere un ampio margine di inefficacia, il farmaco non protegge da altre malattie sessualmente trasmissibili quali epatite, sifilide, gonorrea, condilomi, etc.

La cultura dell’utilizzo del preservativo, frutto di ANNI DI LOTTE PER UNA CORRETTA INFORMAZIONE SESSUALE CHE HANNO PORTATO A UNA RIVOLUZIONE DELLA CULTURA DELLA PREVENZIONE, è oggi messa in pericolo dalla diffusione della PrEP e dall’uso distorto che se ne fa. E oggi, più che mai, la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di questa lobby siero-propagandista di attivisti anti-preservativo che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da personaggi che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi. Il bareback, che fino a oggi è sempre stato un codice tacito per identificare le persone sieropositive (dato che non esiste bareback tra persone sane, e nessuna persona sana farebbe sesso senza preservativo), diventa oggi malauguratamente una pratica messa in atto anche da chi utilizza la PrEP in maniera ovviamente sconsiderata.
Ma siccome le persone purtroppo si fidano della mera dichiarazione dell’altrui stato di salute espressa in un profilo di una chat, ecco come da oggi un qualunque UNTORE (o un semplice irresponsabile che non conosce il proprio stato di salute, come molti) può dichiararsi su Grindr “negativo in PrEP ” e trovare decine di persone disponibili ad avere un rapporto sessuale non protetto. Persone potenzialmente infette o infettabili in virtù di una sopravvenuta fiducia e di uno spirito di negoziazione della propria salute derivanti proprio dalla diffusione della PrEP, o meglio dall’inevitabile utilizzo distorto che i gay ne hanno fatto. Il tutto coadiuvato dal fatto che alcune chat per gay come Grindr consentano di indicare il proprio stato di salute tra le voci del profilo in maniera del tutto arbitraria e libera, con la conseguenza di innescare negli utenti un pericoloso senso di fiducia basato sulla mera dichiarazione dell’altrui stato di salute.
Si comprende così come facilmente la diffusione della PrEP (o in molti casi anche la semplice dichiarazione in chat di assunzione della PrEP, che non sempre corrisponde alla realtà), abbia portato ad un aumento esponenziale della diffusione di altre malattie sessualmente trasmissibili ma anche di contagi di HIV stesso.

Al netto di tutte queste considerazioni, non dobbiamo dimenticare che la PrEP è un farmaco antiretrovirale vero e proprio, la cui assunzione a lungo termine comporta delle conseguenze per l’organismo, di cui solo alcune sono fino a ora note (dato il breve lasso di tempo in cui è stato testato).

TUTTI I soggetti che assumono la PrEP sono disposti ad avere rapporti sessuali senza preservativo (diversamente se usassero il preservativo, non avrebbero interesse a rovinarsi la salute assumendo un farmaco che è ben più fallibile del preservativo stesso): Il nesso di causalità tra non utilizzo del preservativo e incidenza delle MST è automatico (e noto a tali soggetti).

Mons. Renna: salta la sua nomina di Arcivescovo di San Giovanni Rotondo. Quanto ha influito lo scandalo di Candela?

Padre Franco Moscone è stato nominato da Papa Francesco Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo: questo è quanto il Vaticano ha reso noto oggi. L’arcidiocesi pugliese era da molti mesi una sede vacante, dopo la dipartita dell’Arcivescovo precedentemente reggente ma, provvisoriamente, Mons. Luigi Renna era stato nominato amministratore apostolico temporaneo.
È prassi consolidata che la reggenza di arcidiocesi particolarmente importanti, venga affidata a pastori che abbiano un a comprovata esperienza, come quella di Mons. Renna, al quale non a caso era stata affidata l’amministrazione temporanea, che in molti casi è l’anticamera della nomina ad Arcivescovo; pertanto la nomina di Mons. Renna, seppur non automatica, sarebbe stato certamente il passo successivo, atteso dai più attenti e – probabilmente – dallo stesso Vescovo.

Altro indizio che ci aveva persuaso dell’imminente trasferimento dal sapore di promozione per Mons. Luigi Renna, era stato il conferimento della Cittadinanza Onoraria di Ascoli Satriano che, di norma, si riserva ai Vescovi uscenti.
E, non a caso, di questa nomina si vociferava già all’inizio dell’estate 2018 – momento in cui tutti già attendevano la designazione del nuovo Arcivescovo per il cinquantesimo anniversario della morte di Padre Pio – poco prima che fortuitamente scoppiasse lo scandalo delle foto compromettenti che ritraevano don Michele de Nittis nella casa canonica della parrocchia di Candela (FG).

Lo scandalo di Candela non arrivava esattamente nel momento più propizio: proprio relativamente allo scandalo, la tattica adottata da Mons. Renna per attutire i danni si era concretizzata in un suo ormai noto invito al silenzio.
Certamente non sappiamo quanto abbia effettivamente influito nella valutazione di questa strategia l’ambizione all’avanzamento di carriera da parte di Mons. Renna, che solo in un momento successivo aveva deciso di prendere una posizione più netta rispetto all’iniziale invito a tacere rivolto ai fedeli. Neppure sappiamo quanto abbia concorso il risalto mediatico dello scandalo, a cui ha senza dubbio contribuito il coraggio di qualche giornalista locale e l’attenzione del sottoscritto, apostrofati proprio da Mons. Renna che nell’omelia di commiato a don Michele de Nittis si era espresso senza mezzi termini: “il Vescovo non ammette di prendere lezioni né da giornalisti né da chi ha una vita che diverge da quella del Vangelo, e spero che anche voi non prendiate lezioni, se non da chi siede sulla cattedra della Croce”.

Tutto ciò che sappiamo è che la nomina da parte del Papa per l’importante Arcidiocesi pugliese – a cui qualunque Vescovo avrebbe ambìto – si è orientata verso una persona umile quale Padre Franco Moscone, che forse potrebbe rappresentare uno smacco per Mons. Renna. Il nuovo Arcivescovo appartiene sicuramente a quella schiera di prelati che, come si intuisce dalla rinnovata politica di Papa Francesco, non ambivano ai vertici ma che sono stati premiati per la loro indole di buon pastore e che si differenziano da quelli che, invece, a tutti i costi hanno inseguito la carriera con profonda ambizione.

Non possiamo sapere a quale delle due categorie Mons. Renna appartenga ma siamo sicuri che adesso, senza trasferimenti in vista, il Vescovo avrà più tempo per concentrarsi sulla cura delle anime, dando voce a tutte quelle persone che nei mesi addietro hanno preferito rivolgersi al sottoscritto e alla stampa, trovando evidentemente orecchie sorde altrove.

Diversamente da Mons. Renna, il nuovo Arcivescovo ha chiarito subito: «Desidererei continuare a essere chiamato padre» e – soprattutto – in linea con il pauperismo di Papa Francesco, ha specificato di non desiderare regali per se stesso, invitando a sostenere una colletta per una popolazione di alluvionati in India.
Non aveva fatto lo stesso Mons. Renna, che all’epoca della sua nomina a Vescovo, si vide consegnare in garage una fiammante Opel Astra, pagata dalle parrocchie del foggiano alle quali era stato recapitato un listino prezzi contenente un “prospetto con le somme calcolate per ogni singolo Ente” con tanto di quote specifiche da erogare e bonificare per raggiungere la cifra necessaria di 20 mila euro per il regalo al Vescovo. Risulta difficile che proprio il futuro Vescovo non fosse al corrente dell’iniziativa e che fosse stato così ingenuo da non paventarla, dato che si trattava di una consolidata prassi della Diocesi. Sta di fatto che poco tempo dopo Mons. Renna si sentì obbligato dalla propria alta morale a rivendere l’automobile che, probabilmente, sarebbe stato preferibile non acquistare affatto.

E ora che il destino di Mons. Renna è quello di continuare ad amministrare la propria Diocesi, attendiamo di conoscere gli sviluppi di una questione, quella dello scandalo di Candela, che dunque non è affatto conclusa come il Vescovo sperava ma che è destinata inevitabilmente a produrre ulteriori effetti nella comunità e sulla stampa.

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Tanti sono i dubbi insoluti della comunità de fedeli, molti dei quali vengono quotidianamente sottoposti anche privatamente al sottoscritto.
Cosa sarà di don Michele de Nittis? Dove si trova adesso il presbitero? Perché l’indagine previa si è conclusa così brevemente? Se sussistono delle responsabilità perché non c’è stata una presa di coscienza e una ammissione pubblica? Può un percorso di riorientamento e ravvedimento prescindere da delle pubbliche scuse?

Siamo certi che Mons. Renna saprà conciliare l’esigenza della sua comunità di fedeli di conoscere la verità con la natura del suo ruolo di Vescovo che è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibile: epískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori. Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio.
Mons. Renna, con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà dunque tacere la verità ai suoi fedeli. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

Speriamo dunque che Mons. Renna possa presto chiarire pubblicamente le sorti e il futuro di don Michele de Nittis per ribadire alla sua comunità di continuare a rappresentare degnamente non solo l’autorevolezza della propria mitria ma soprattutto i valori morali che essa rappresenta.

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Mons. Renna: lo strano caso del “processo lampo” senza chiarimenti

Lo scandalo delle foto compromettenti che ritraggono don Michele de Nittis nella casa canonica  della parrocchia di Candela (FG) ha portato in pochi giorni alla rimozione del parroco da ogni suo incarico pastorale, incluso quello di docente di religione.

Una rimozione controversa nei termini, perché inizialmente il Vescovo Mons. Luigi Renna sembrava quasi voler far apparire questo allontanamento come atto spontaneo del sacerdote. La posizione del vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano si è però inasprita quando la notizia è diventata di dominio pubblico attraverso la diffusione della stampa locale e nazionale e non possiamo sapere se sia casuale che solo in quel momento il Vescovo ha deciso di prendere una posizione più netta rispetto all’iniziale invito a tacere rivolto ai fedeli.

Sta di fatto che in pochissimi giorni il presule ha annunciato di aver già terminato l’indagatio previa relativa all’accertamento dei fatti. Una indagine che normalmente dura mesi e che, se ci fosse stata una contestazione da parte del presbitero interessato, non si sarebbe certamente conclusa in pochi giorni, in quanto i tempi si sarebbero necessariamente allungati per le audizioni dei testimoni e dell’accusato.
Dunque, esaminando le tempistiche, solo una piena confessione da parte di don Michele de Nittis è quanto l’esito dell’indagatio previa ha potuto accertare, nonostante il Vescovo si ostini a non voler prendere una posizione pubblica, come se la questione fosse un affare di palazzo di suo esclusivo interesse.

Ma davanti a una confessione come dovrebbe agire un Vescovo? Certamente non è il sottoscritto – che segue uno stile di vita difforme da quello evangelico – a dover rammentare a Mons. Renna che ciò che secondo il codice del diritto canonico dovrebbe accadere in questi casi è evidentemente l’apertura di un processo penale canonico.
L’indagine previa già conclusa a carico di de Nittis ha semplicemente accertato la verità dei fatti  ma ciò che canonicamente sarebbe necessario aprire ora, sarebbe un processo mirato alla determinazione della pena – in caso di ravvedimento – o alla riduzione allo stato laicale, nell’ipotesi in cui don Michele de Nittis non dovesse aver fatto ammenda del comportamento messo in atto.

L’espediente che sembrerebbe aver adottato il Vescovo potrebbe invece essere stato semplicemente quello di ricorrere a una mera ammonizione canonica, che consiste nel comminare a sua discrezione una tenue pena consistente in un periodo di riflessione. Una riflessione che, evidentemente, dovrebbe passare da un ravvedimento e soprattutto dalle scuse pubbliche da parte di un sacerdote che ha degli obblighi morali nei confronti di una comunità in cui ha svolto una funzione pubblica, non solo di pastore di anime ma anche di ufficiale di stato civile.
Il Vescovo non dovrebbe continuare a gestire questa situazione senza esprimersi, solo per il pretesto di tutelare la buona fama di de Nittis, soprattutto relativamente a una questione che ormai è ben nota e su cui c’è poco da aggiungere in termini diffamatori ma per la quale un chiarimento sarebbe imprescindibile.
La riconciliazione con la comunità di cui ha parlato il Vescovo Renna è purtroppo impossibile in assenza di una presa di coscienza e di scuse pubbliche da parte di de Nittis che, stando all’evidenza dei fatti e delle dichiarazioni del presule, è evidentemente colpevole, altrimenti sarebbe tornato al suo posto.

La fretta da parte di mons. Renna di giungere a una conclusione della questione, non tiene conto però del fatto che nel procedimento concluso sono intervenuti a testimoniare e a produrre del materiale dei soggetti terzi. Soggetti che, in quanto intervenuti, godono della possibilità di appellarsi e – soprattutto – della necessità di conoscere la natura e l’entità della pena comminata.

A contribuire all’impossibilità di riconciliazione si aggiunge la grave dichiarazione di Mons. Renna che ha affermato di essere ancora alla ricerca altri colpevoli. Colpevoli che, di fronte alla veridicità delle foto e alla piena confessione di de Nittis – e, soprattutto, in assenza di querele da parte dell’interessato –  non dovrebbe essere né compito né interesse del Vescovo cercare.
Mons. Renna dovrebbe piuttosto concentrarsi sulla cura delle anime, ascoltando tutte quelle persone che se preferiscono rivolgersi al sottoscritto e alla stampa, perché evidentemente hanno trovato orecchie sorde altrove.

Ciò soprattutto alla luce di una riflessione: come può il Vescovo arrogarsi il diritto di perdonare e riammettere un sacerdote in assenza di una presa di coscienza e di scuse pubbliche da parte di quest’ultimo?
Una questione, quella di Candela, che dunque non è affatto conclusa come il Vescovo sperava ma che è destinata inevitabilmente a produrre ulteriori effetti nella comunità e sulla stampa.
Adesso che il colpevole è stato accertato,  ciò che manca, ancora una volta, è la chiarezza con cui bisognerebbe scusarsi e affermare che l’unica responsabilità va addossata a chi si è reso autore di comportamenti non consentanei agli obblighi assunti dalla propria missione. L’unico colpevole è chi ha tradito le promesse fatte a Cristo nel giorno della sua ordinazione, e forse oltre a lui proprio quel rettore prima e Vescovo poi che è rimasto distratto di fronte all'”esuberanza” del suo presbitero.

Per questo a Candela la situazione è ben lungi dall’essere chiarita di fronte all’amarezza nei confronti di un Vescovo che davanti a prove schiaccianti sembra continuare a voler agire da padrone di una verità che dovrebbe appartenere al Popolo di dio e di cui Mons. Renna dovrebbe essere solo custode.

 

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Mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli e campione di garantismo

Se Papa Francesco decidesse un giorno di istituire un premio al Vescovo che più si è prodigato per salvaguardare l’immagine di facciata della Chiesa, il vincitore sarebbe certamente Sua Eccellenza Mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli e campione di garantismo.

Mentre in tutta Italia – e addirittura in un caso, in Germania – i vari Vescovi si sono impegnati a rimuovere, sospendere o punire i preti e i seminaristi presenti nel mio dossier, il Vescovo di Pozzuoli invece pare non aver preso nessun provvedimento pratico in merito alle mie segnalazioni relative a un prete della sua diocesi; non un semplice presbitero diocesano ma un prete che all’interno di quella diocesi ricopre una posizione importante, soprattutto per la delicatezza delle mansioni assegnategli. Mansioni che sono rimaste perfettamente immutate nonostante il prete in questione abbia ammesso di fronte ai giudici della Curia, l’autenticità del materiale che ho prodotto all’interno del mio dossier e delle foto che lo vedono coinvolto.
Non ha negato il prete di Pozzuoli, così come su nessun altro nome presente in ciascuna delle oltre 1200 pagine del mio dossier è stato sollevato alcun dubbio di veridicità, circostanza che mi ha reso molto credibile agli occhi dei presuli e particolarmente temuto da quei preti le cui macchie sulla tonaca sono troppo grosse per poter essere coperte.
E ciò che stupisce, relativamente al caso di Pozzuoli, è proprio l’assenza di provvedimenti cautelari e preventivi da parte del Vescovo, in attesa dell’esito del procedimento canonico che accerterà la verità dei fatti ma che nel frattempo ha già incassato delle ammissioni da parte del prete interessato. Un giudizio inspiegabilmente più lungo rispetto a quelli relativi a casi simili inclusi nel mio dossier, che in altre regioni si sono già conclusi con le rimozioni dei preti coinvolti.

Sarà forse che finché il nome di un prete sporcaccione non diventa pubblico, alcuni Vescovi non si sentono stimolati a intervenire ma sta di fatto che ogni volta che qualche nome diventa pubblico, si parte subito con la sospensione cautelare.
Memorabile è il caso di don Mario d’Orlando della contigua diocesi di Napoli, il cui nome balzò poco più di un anno fa ai disonori della cronaca nazionale per presunti festini a luci rosse: non appena il nome fu reso pubblico, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, lo rimosse in via cautelare.
La Procura della Repubblica dispose un sequestro in casa del sacerdote per poi scoprire, dopo pochi mesi, che non c’era nessun reato. Nel frattempo anche l’indagine ecclesiastica, partita da una denuncia anonima e senza prove, si concluse con un nulla di fatto. Trattato come Al Capone dalla stampa, dalla Procura e dalla Chiesa, d’Orlando è poi risultato essere innocente.
Ma siccome il suo nome era comunque venuto fuori sui giornali, il Cardinale Sepe ha recentemente deciso di continuare a tenerlo in castigo (non si capisce per quale reato) e di rimuoverlo definitivamente dalle mansioni di parroco, tenendolo lontano da occhi indiscreti e relegandolo a cappellano di un convento di suore in un quartiere della “Napoli bene”.
E bizzarra è la circostanza che proprio nella stessa indagine a carico di d’Orlando, era coinvolto un prete puteolano, anch’egli oggetto di perquisizione da parte delle Fiamme Gialle, che però a differenza di d’Orlando, non essendo stato menzionato dai giornali, non aveva subìto dal Vescovo alcuna sospensione preventiva né è risultato essere stato punito.

Se a Napoli per una denuncia anonima si è deciso di sospendere un prete il cui nome era diventato pubblico, e di continuare a tenerlo in castigo anche dopo averne accertato l’innocenza, a Pozzuoli invece il garantismo di Mons. Pascarella fa sì che un presbitero per il quale è stata presentata una denuncia circostanziata – da un accusatore ritenuto unanimemente credibile – continui a operare proprio a contatto con una categoria particolarmente sensibile come i giovani.
Il garantismo di Mons. Pascarella, permette al suo presbitero di continuare a fare la bella vita, di andare in palestra, ai concerti della sua cantante preferita e soprattutto di continuare a svolgere delle delicate mansioni pastorali. Quasi un’autorizzazione, come fosse cosa buona e giusta per un sacerdote continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si è.

L’inerzia da parte di Mons. Pascarella è grave: crea una falla perché permette di continuare a operare a una persona che moralmente non si comporta secondo i dettami di una dottrina alla quale appartiene e a cui ha scelto liberamente di aderire. Una falla che permette a ogni prete di sentirsi libero di fare ciò che vuole finché il suo nome non diventa pubblico.

Mons. Pascarella con il suo garantismo si rende fautore di una Chiesa che perde di credibilità per una atavica incoerenza tra predicare e agire, una Chiesa che dovrebbe iniziare a rendersi conto che la gente non ha più quella “riverenza senza domande” nei confronti degli uomini di Dio. Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.
Per questo, a Mons. Pascarella rivolgo una domanda: gli uomini di Chiesa credono davvero in Dio o pensano che anche dopo la vita terrena potranno nascondere i loro peccati?

Francesco Mangiacapra

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Lettera aperta all’Arcivescovo Orazio Soricelli

Non c’è nulla di nascosto che non venga annunciato sui tetti
Lc. 12,3

 

Eccellenza Reverendissima Orazio Soricelli,

il disorientamento causato nella comunità dei fedeli di Positano dall’allontanamento repentino e apparentemente immotivato di don Nello Russo, presbitero Suo sottoposto, richiede dei chiarimenti che solo Sua Eccellenza può fornire per poter porre fine a un turbamento ormai diffuso, fomentato anche dai dubbi sollevati da tutte le testate giornalistiche locali e ormai generati nell’intera comunità.
Certamente, appare bizzarro che un parroco provetto come don Nello Russo, dopo poco più di sei mesi di permanenza nella parrocchia di Santa Maria Assunta a Positano, abbia sentito l’esigenza improvvisa e tempestiva di allontanarsi: il sapore omertoso della sparizione di don Nello dai social network, unito alla sua attuale irreperibilità, non aiuta i credenti a metabolizzare un allontanamento che sempre più appare misterioso e che poco si concilia con la politica di chiarezza e onestà auspicata dal Santo Padre.
Pettegolezzi e dubbi su questa vicenda, se non chiariti, continueranno a logorare la dignità delle persone coinvolte, una dignità che solo la chiarezza delle parole dell’arcivescovo può riscattare.

Se l’allontanamento di don Nello è spontaneo, se non è dovuto all’esistenza di scandali, di segnalazioni, di materiale in possesso della Curia, se non esiste nessuna indagine ecclesiastica a carico del presbitero, è dovere del vescovo difenderne il buon nome.
Se invece il sacerdote fosse stato sospeso per motivi legati a qualche scandalo, sarebbe dovere del Vescovo esprimere la verità al popolo di Dio e, soprattutto, sarebbe deludente se si fosse tentato di far passare una sospensione punitiva spacciandola per una richiesta di allontanamento spontanea, come alcune testate hanno insinuato.
Soprattutto, se l’allontanamento spontaneo del presbitero non fosse legato a nessuno scandalo a sfondo omosessuale, ora che il dubbio è stato sollevato e che pervade gli animi dei fedeli, è dovere pastorale del vescovo intervenire a difesa di don Nello Russo.

Le motivazioni effettive alla base dell’allontanamento del sacerdote andrebbero palesate anche in ossequio al rispetto dovuto a don Giulio Caldiero, nuovo reggente della parrocchia di Santa Maria Assunta a Positano, accusato da alcuni fedeli di aver suscitato in don Nello uno stress emotivo che lo avrebbe indotto a lasciare la parrocchia per motivi legati a dissidi legati all’organizzazione della festa patronale.
Anche per questo è necessario che il Vescovo faccia luce sulle circostanze dell’allontanamento di don Nello, chiarendo soprattutto se questo costituisca una richiesta spontanea o indotta da altre incompatibilità.
E proprio la natura del ruolo del Vescovo è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibileepískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori.  Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma infatti che con la consacrazione episcopale si raggiunge il vertice del sacerdozio, e con essa la missione di santificareinsegnare e governare.
Mons. Soricelli, con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà dunque tacere la verità. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

La difesa del buon nome di un presbitero da parte del Vescovo è fondamentale ma non deve mai limitare il diritto della comunità dei fedeli a conoscere circostanze che riguardano la vita pastorale della propria guida morale e spirituale.
Mons. Soricelli non deve sentirsi obbligato a replicare ai non credenti, che strumentalizzano gli scandali per attaccare la Chiesa; non è tenuto a rispondere agli accusatori, ai detrattori.
Il Vescovo deve invece sentirsi in dovere di rivolgersi ai credenti: il discorso ai credenti è un discorso d’obbligo morale, in quanto il popolo di Dio deve essere detentore della verità, la cui restituzione è un impegno pastorale di chi è a capo della Chiesa. I credenti sanno che la Chiesa non è una società perfetta ma che è fatta di persone: il mistero della Chiesa è un mistero umano e divino e quando prevale l’aspetto umano anche un sacerdote può sbagliare ma proprio in virtù delle fede in Gesù Cristo essi sono pronti a perdonare. Lo scandalo pone l’uomo di fede di fronte a una realtà che umanamente appare inaccettabile, che però deve essere superata da una salda visione di fede.
L’umano non è sempre perfetto, talvolta è peccatore ma è perfettibile e proprio in virtù di ciò il presule non deve temere di palesare la verità, qualunque essa sia, facendo appello a una fede fondata, sincera, che di fronte agli errori della Chiesa non si blocca perché se un credente perdesse la fede soltanto venendo a conoscenza di uno scandalo, il suo credo sarebbe ben poco saldo.

Per il resto, se un sacerdote fosse colpevole di qualche debolezza, ci mancherebbe pure che la Chiesa non perdonasse visto che questo è il mandato che le ha lasciato il Cristo. Ma il perdono presupporrebbe una presa di coscienza alla base di un pentimento, non una negazione finalizzata all’oblio del misfatto.
Il perdono presupporrebbe delle scuse pubbliche da parte di chi ha sbagliato e di chi ha avallato.
E se mons. Soricelli, da uomo di fede che crede, spera e prega, dovesse dichiarare di soffrire e di essere addolorato per l’esistenza di uno scandalo all’interno della sua arcidiocesi, non potrebbe che ricevere il sostegno e la solidarietà della sua comunità di fedeli.

L’attuale silenzio di mons. Soricelli in merito alla vicenda di Positano è un cancro che corrode l’animo dei fedeli: l’invito di don Nello a non essere cercato appare come un tentativo di far cadere una storia nel dimenticatoio. Non si può pensare nel 2018 di far dimenticare dei fatti, senza chiarirli, a una intera comunità. Il silenzio stampa è un abile espediente politico ma non è il comportamento di un pastore la cui priorità dovrebbe essere la cura delle anime.
Negare la chiarezza al popolo di Dio evitando di interfacciarsi con i mezzi di comunicazione ricorda i caratteri di un totalitarismo di certo obsoleto nell’anno 2018 in un paese democratico.
Un tentativo sicuramente fallimentare, se finalizzato a non palesare ai fedeli dei fatti sui quali bisognerebbe far luce nell’interesse di tutti.
Ma la Chiesa, si sa, più si sale ai vertici, più si allontana dalla cura delle anime e si avvicina alla politica. Una politica che però oggi deve misurarsi con le nuove tecnologie e che non può sottovalutare il peso dei social network.

E non è un paradosso se a intromettersi in questa questione sia proprio una persona che conduce una vita difforme da quella del Vangelo, perché qui non si discute delle scelte di vita di una persona che si prostituisce in maniera autonoma e autodeterminata, soprattutto perché non pretendo di elevarmi a esempio umano da seguire, non faccio proselitismo delle mie scelte né apologia della prostituzione. Si discute invece del ruolo di un sacerdote, in una piccola comunità, che ricopre un ruolo autorevole rispetto a dei fedeli.
Si discute di un sacerdote i cui obblighi non sono solo un affare interno alla Chiesa ma diventano indice della coerenza e del senso di rispetto di chi opera in una comunità e gode della buona fede altrui.

Per troppo tempo alcuni sacerdoti di cui ho già denunciato le ignobili gesta hanno sperato di poter contare su quella discrezione di cui da tanto beneficiavano, e che consentiva loro di spogliarsi occasionalmente della tonaca a uso e consumo dei propri vizi. Preti che dovrebbero essermi grati per aver tentato di liberarli e di restituire loro quelle libertà sessuali che sono alla base di ogni libertà e di tutti i diritti civili.
Libertà per le quali combatto oggi a favore di altri una battaglia che ho già vinto per me stesso: le libertà sessuali, di cui molti di loro hanno goduto sin dai tempi del seminario. Le stesse libertà per le quali troppo spesso da un pulpito di permette di condannare qualcuno a quell’ergastolo dello stigma che la Chiesa ha invano cercato di allontanare da se stessa.
Il comportamento non consentaneo agli obblighi dei prelati non può restare perciò sempre impunito perché ciò significherebbe permettere ancora di separare ciò che si esercita da ciò che si esprime, come è tipico di chi ha una doppia morale schizofrenica.

L’insulto morale di chi vede delle vittime nei preti oggetto di scandali ecclesiastici è un capovolgimento di ruoli tra il peccatore che denuncia l’immoralità e la guida morale che la commette che sfiora il paradosso e che dà una sola certezza: le pietre sul colpevole non le può lanciare nessuno ma solo perché la Chiesa fa in modo di farle sparire tutte.
Per questo nel 2018, l’unica strada che la Chiesa può percorrere per risolvere i problemi è soltanto la chiarezza, e ciò è quanto i fedeli si aspettano da mons. Orazio Soricelli.

Non tacciano i fedeli, non dimentichino e pretendano una risposta dal loro Arcivescovo.
Si esprima l’Arcivescovo e restituisca dignità e verità ai destinatari della vicenda.

A don Nello Russo voglio esprimere, in attesa di un chiarimento di mons. Soricelli, la mia solidarietà umana.
E sopratutto a don Nello voglio ricordare che i forti veri sono quelli liberi. Quelli che non hanno bisogno di un pulpito per respirare.

Eppure, come le perpetue, io non posso che ripetermi: dì solo una parola e io sarò salvato. Perché non siamo mai finiti finché teniamo a mente che, da un momento all’altro, qua può cambiare tutto.

In fede,
Francesco Mangiacapra

 

CRONACA VERA 2017_Pagina_1

Gli scatti bollenti del parroco di Candela, il vescovo Renna conferma: «Mi sono accertato della veridicità delle foto»

«Mi sono accertato della veridicità delle foto» 

Questa la dichiarazione netta, lapidaria e definitiva di mons. Luigi Renna, vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano, sull’esistenza delle foto bollenti di don Michele de Nittis, ex parroco di Candela (FG), rimosso proprio a seguito dello scandalo.

E, a qualcuno che in paese volesse ancora pensare che si trattasse di fotomontaggi, il vescovo – nell’intervista rilasciata al giornalista Michele Cirulli – risponde: «Non ho mai rilasciato dichiarazioni del genere».

Un chiarimento importante, quello del vescovo, che solleva don Michele de Nittis dalla posizione di vittima di pettegolezzi e fotomontaggi e che evidentemente lo imputa come autore di condotte non consentanee agli obblighi assunti dal sacerdozio.
«Dopo alcuni giorni ho raccolto del materiale e poi dopo una settimana – sottolinea il presule nella stessa intervista – ho iniziato l’indagine. Così ho sostituito il sacerdote e ho presentato a Candela il successore».

Non possiamo sapere se la solerzia con la quale il presule si vanta di aver agito sia dovuta a una intima convinzione o piuttosto alle innumerevoli pressioni esterne che potrebbero averlo portato a temere di compromettere la sua stessa posizione; quello che conta è però il risultato ottenuto, di cui il vescovo – più che vantarsi per la diligenza – dovrebbe scusarsi con la comunità che aveva accusato di fare pettegolezzi.

Non dimentichiamo che inizialmente la difesa a oltranza del buon nome del parroco sottoposto al procedimento disciplinare, sembrava per il vescovo essere prioritaria rispetto all’accertamento della verità.
Tanto che lo stesso mons. Luigi Renna, nell’annunciare l’allontanamento del parroco in maniera sibillina disse: “Don Michele lascia“, quasi a significare che fosse lo stesso parroco ad allontanarsi in maniera spontanea e provvisoria, accomiatandolo addirittura con una concelebrazione in pompa magna.
Ma, a distanza di qualche settimana, qualcosa è cambiato e il vescovo afferma oggi senza mezzi termini che quelle foto sono vere, dando addirittura per scontato il fatto che a breve sarà comminata una pena al sacerdote de Nittis:  «A brevissimo ci esprimeremo. Ma l’entità della pena non sarà comunicata all’esterno, perché è una sentenza di carattere canonico».

La fretta da parte di mons. Renna di giungere a una conclusione della questione è palese, quasi come se ormai ritenesse che solo una condanna per de Nittis può salvare la credibilità del vescovo.

Il problema oggi non è più, dunque, chi è stato a diffondere le presunte foto bollenti di de Nittis quanto piuttosto l’esistenza stessa di queste foto, di cui il vescovo conferma la veridicità.
Ma le dichiarazioni del vescovo hanno soprattutto spiazzato chi – fino a oggi – difendeva l’ex parroco amante del karaoke ritenendolo vittima di fotomontaggi.

Certamente, il giovane prete aveva saputo farsi voler bene dai propri collaboratori – ognuno dei quali con mansioni specifiche – in una parrocchia come quella di Candela, che è notoriamente molto ricca.
Restauratrici e sarte che si occupavano di recuperare paramenti sacri, amministratori economici, affidatari di terreni della parrocchia: un gruppo di persone che con la defenestrazione del giovane parroco non ha perso soltanto una guida spirituale.
Ciò, senza contare l’influenza sulla vita politica che può avere un parroco di paese, suggerendo alle persone indecise anche i nominativi di candidati politici più vicini alla Chiesa. Futuri candidati che evidentemente dovranno conquistarsi la fiducia e la stima del nuovo parroco.

E a nulla serviranno purtroppo le raccolte di firme: da oggi in poi chi lo difende potrà farlo non più sulla base della presunzione di falsità delle foto (per la quale non è stata presentata né una denuncia né una perizia da parte del sacerdote) ma semplicemente invocando il concetto di libertà sessuale. Una libertà sessuale che però dovrebbe essere interdetta chi, come don Michele de Nittis, ha scelto la via del sacerdozio e di cui non dovrebbe poter usufruire a proprio uso e consumo dismettendo il colletto bianco come se questo fosse semplicemente un abito da lavoro, perché il sacerdozio è una vocazione, non un impiego.

 

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CONFESSIONI DI UN UOMO CHE SOGNAVA DI ESSERE UN MINISTRO DI DIO

3bc03dadbda2be3aa076f3f425c6498a_XLDi seguito potete leggere il memoriale redatto da un ex seminarista, tratto dagli appunti del suo diario spirituale del seminario. Ciò che sfoglierete è esattamente quello che mi è pervenuto e che non ho alterato in nessuna parte, volendo conservare intatto l’impatto emotivo consegnato ai lettori dalla profonda mortificazione che traspare da chi lo ha scritto. La persona che mi ha affidato queste memorie scritte di suo pugno, è stata testimone di nefandezze che fino a oggi sono rimaste relegate nelle mura del seminario e nei suoi racconti alle autorità ecclesiastiche, che mai ne avrebbero voluto la pubblica diffusione.
Lo scritto che leggerete mi è pervenuto agli inizi di luglio 2017 (a distanza di svariati mesi dal mio dossier sui preti gay) ma ho deciso di pubblicarlo solo oggi – a seguito di alcuni scandali che hanno coinvolto il clero – dopo aver verificato attentamente l’identità e l’affidabilità della fonte e la veridicità delle informazioni in esso contenute. L’unica modifica che ho apportato, consta nell’aver oscurato i nomi delle persone e dei luoghi menzionati, informazioni che invierò direttamente in Vaticano e renderò disponibili a quei vescovi che dovessero richiedermele. Per il resto, ciò che interessa alle persone che leggeranno non sono i nomi quanto piuttosto la gravità delle circostanze raccolte.
Ecco perché questo memoriale non rappresenta affatto una minaccia a quella parte sana e integra della Chiesa Cattolica: esso funge piuttosto da ausilio a quelle mele marce, un’occasione di ravvedimento o anche di semplice riflessione sulla congruità e sulla autenticità della propria vocazione.  Questa pubblicazione restituirà dignità a chi fino a oggi è rimasto vittima muta e squarcerà il velo dell’ipocrisia dal capo di chi si è creduto più furbo di altri, senza sapere che in realtà è stato solo impenitente.

Lo scopo dell’operazione non è perseguitare nessuno ma dimostrare a chi siede sulla cattedra della croce che è preferibile intervenire in tempo piuttosto che illudersi di poter sempre affossare gli scandali e mistificare la realtà.
Il popolo di Dio ha bisogno della verità, e chiunque gliela restituirà sarà più vicino a Cristo a prescindere dagli abiti che veste.

Francesco Mangiacapra

 

CONFESSIONI DI UN UOMO CHE SOGNAVA DI ESSERE UN MINISTRO DI DIO

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Parto dal segno di croce, da quel segno che dovrebbe accomunare tutti i Cristiani. Le cose che dirò per il sottoscritto sono parole sofferte, sudate, piante e solo adesso (a distanza di quasi due anni), in questo clima di accoglimento pacifico di accuse a denunce, trovo la forza e il coraggio di metterle per iscritto, rielaborando gli appunti del mio diario spirituale.
Queste mie confessioni sono state meditate e rese note in passato alle alte sfere della Chiesa, quando parlo di alte sfere mi riferisco al rettore del seminario che ho frequentato nell’anno 2015/2016, parlo del seminario maggiore XXXX di XXXX, che è uno dei più grandi e rinomati di tutta Italia, nonché d’Europa. Lui, come molti altri sacerdoti presenti nel suddetto seminario, erano  a conoscenza di queste mie piccole scoperte, piccole per modo di dire, perché quello che sto per dire è qualcosa che travisa tutto quello che quel “povero Cristo” (ancora in croce) ci ha insegnato.

Riavvolgendo il nastro, parto dalla mia esperienza da ragazzo in cammino (presso il propedeutico del suddetto seminario), un’esperienza che vivevo con molto zelo per prepararmi un giorno al fatidico “ECCOMI”. Purtroppo le cose non sono andate come speravo, ben presto la realtà si è fatta carne davanti ai miei occhi, lasciandomi intravedere “cose” che la mia anima tuttora si rifiuta di credere.
Parto dal propedeutico (anno zero): questo luogo è il primo passo per poi accedere al seminario. Dallo zelo  sono subito  passato a vivere situazioni incomprensibili. La prima cosa che mi risultava incomprensibile (dopo i primi mesi di cammino) erano le relazioni. Mi rendo conto che quest’affermazione potrebbe suonare vaga, senza senso…  ma credetemi ho visto con i miei occhi relazioni morbose, ho visto gente piangere per il proprio compagno di stanza, ma non per la carità fraterna, no, assolutamente! In quel benedetto luogo si erano create relazioni “assurde” (non so come definirle), relazioni che culminavano con rapporti sessuali o con incontri privati di cui tutti, e sottolineo tutti (compresi i preti), erano a conoscenza.
Non voglio essere vago, pertanto entro subito nel dettaglio: come già ho detto, notavo relazioni morbose e asfissianti, vedevo ragazzi che si scambiavano messaggi tramite i telefoni cellulari all’interno del propedeutico, perché avevano paura di essere scoperti. Ma come si dice, la passione non ha freni.

Parto con i primi nomi, XXXX (mio compaesano di XXXX, diocesi di XXXX), XXXX (diocesi di XXXX), XXXX (diocesi di XXXX), XXXX (diocesi di XXXX), XXXX (diocesi di XXXX).
Nomi che per molti potrebbero essere insignificanti, ma per me  non lo sono affatto. Questi miei compagni di corso costituivano una piccola setta o gruppo (chiamatela come volete) di persone che si contendevano uno di questi ragazzi, ritenuto da tutti “il bello del gruppo“, mi riferisco a XXXX.

Partiamo dal primo collegamento, quello più stretto, più asfissiante, fra questo belloccio e il suo prescelto, nonché mio compaesano, di nome XXXX. Inizio da lui, semplicemente perché lo conosco bene: proviene dal mio stesso paese,  in provincia di XXXX, che appartiene alla diocesi di XXXX. Premetto che provenendo entrambi noi dallo stesso piccolo paesino, tutti e ripeto tutti, erano a conoscenza dei suoi atteggiamenti omosessuali. Attenzione, prima di andare avanti ci tengo a precisare che non sono omosessuale e che per me essere omosessuale non è una colpa, anzi, non sono omofobo.
Tutti sapevano che questo mio compaesano era gay, preti inclusi, ma nonostante ciò è riuscito a entrare nell’anno propedeutico con l’aiuto di Mons. XXXX (nome da mille sfaccettature). Questo ragazzo credeva che tutto ciò che prima svolgeva, potesse continuarlo a fare.
Arrivo al punto, non mi voglio perdere in mille preamboli. Il mio compaesano XXXX aveva una relazione all’interno del seminario con il belloccio del gruppo, cioè XXXX.
La domanda che adesso vi starete facendo è questa (chiedo scusa per la presunzione): come fai ad affermare questo? Colgo questa presunta domanda per fare alcune precisazioni: come ben sapete il seminario è una piccola comunità, all’epoca quelli del mio anno eravamo una trentina di persone (mentre in tutto il complesso del seminario quasi duecento seminaristi, oltre i padri spirituali e gli educatori) e, vivendo insieme 24 ore su 24, era normale che ci accorgessimo di tutto. Loro due avevano una relazione, e lo affermo con certezza. Si evinceva da varie cose, alcune viste da me con questi occhi, la prima erano le attenzioni che il mio compaesano XXXX riservava a questo ragazzo, dal tagliarli le unghia, a spalmargli la crema, fino ad asciugargli i capelli.
Di tutta questa situazione ne era al corrente il responsabile del propedeutico dell’anno 2015/2016, il suo nome è don XXXX. Il responsabile si era accorto di tutto, ed è per questo che aveva vietato ai due di frequentarsi (come se bastasse questo!); nonostante quest’ordine i due se ne infischiavano, continuando a scambiarsi messaggi, anzi addirittura si chiamavano al telefono sempre all’interno della struttura del propedeutico.

Un’altra cosa che mi lasciò senza fiato, risale al giorno XXXX, anche se sbaglio il giorno, posso dire con certezza che era l’evento del XXXX esattamente alla visita di XXXX a Roma, insieme a XXXX. Con la mia parrocchia (quindi non con il seminario) ci recammo a Roma per questo evento (questa parrocchia è anche la stessa del mio compaesano XXXX). Il punto è che XXXX, il belloccio, è venuto con noi a Roma, pur non essendo della nostra parrocchia e precisamente è venuto per il mio compaesano XXXX, i due addirittura mi hanno minacciato di non dire niente all’educatore (don XXXX).
Ammetto di aver taciuto ma devo anche ammettere che fino a quel momento non pensavo che queste due persone potessero avere una relazione (poi capirete meglio il perché).

Tornati a XXXX, inizio a notare strani, ma molto strani, movimenti notturni. Premetto che ho il vizio di leggere fino a notte fonda, visto che le giornate erano sempre strapiene di impegni, e nello stesso tempo ho anche il vizio di fumare una sigaretta prima di andare a letto. I movimenti risalgono alle persone di XXXX (compagno di stanza del belloccio XXXX) e XXXX. Tutte queste persone si recavano verso le due del mattino nella stanza di XXXX, non so per cosa, ma la cosa che mi insospettiva era che per i primi tempi si chiudevano a chiave. Da quella stanza uscivano strani versi ma in quel momento molto egoisticamente non vi ho dato peso.
Passano i giorni e nei pressi del propedeutico si affaccia in maniera molto ma molto frequente don XXXX, giovane sacerdote della diocesi di XXXX, a detta del mio compaesano XXXX erano molto amici, ma non mi spiegavo il collegamento dato che don XXXX non era ancora diventato il parroco del nostro paese, cioè parroco di XXXX. La cosa che io e anche altri condiocesani  non capivamo, era il perché a don XXXX, nostro futuro confratello e che sarebbe poi diventato parroco del mio paese,  non importava nulla di noi (mentre altri preti venivano e stavano con tutti), e dava tutte le attenzioni “inspiegabili” al mio compaesano XXXX, addirittura andavano in macchina insieme per mete sconosciute a noi. Aggiungo che il mio compaesano XXXX mi chiedeva sempre di non dire niente all’educatore e io ancora non capivo.
L’aria era irrespirabile, l’educatore continuava a fare esternazioni rabbiose durante le omelie.
Iniziavano a scoprirsi gli altarini: i pretendenti del belloccio XXXX iniziavano a farsi una guerra assurda, così assurda che vedevo questi miei compagni di cammino piangere in continuazione senza  una reale motivazione. In quei giorni (siamo nel mese di aprile) vedevo il belloccio XXXX fare da consolatore nei confronti di questi ragazzi, se li portava fuori a fare lunghe passeggiate, asciugava le lacrime, ma solo uno era “invincibile”: il mio compaesano XXXX. Sì, non piangeva mai, era sicuro di sé, fin quando un giorno, esattamente quello di “pentecoste”, non è accaduto qualcosa.

Era notte fonda, eravamo tornati da una gita a XXXX presso il santuario XXXX. Verso le tre e mezza mi sento male, avevo mal di stomaco perché avevo mangiato molto; dopo essere uscito dal bagno mi reco sulla terrazza per fumare la mia solita sigaretta ma non sapevo quello che di lì a poco mi doveva accadere di vedere. Dopo aver finito di fumare la sigaretta, chiudo la porta della terrazza, e vedo che la porta della stanza di XXXX e XXXX (erano compagni di stanza) era aperta.
Insospettito mi avvicino e mi reco verso una porticina di vetro, dove c’erano dei kit per le medicazioni, per essere più preciso su quella porta era appiccicata una foto grande di un bambino che rideva. Mi avvicino di più e sento dei gemiti strani, avevo paura l’ammetto, ma ci tengo a dire con tutta sincerità che pensavo che quelle persone stessero male. Allora forse per la prima volta nella mia vita decido di farmi coraggio, apro la porta e vedo… vedo, con tantissimo rammarico, tristezza, il mio compaesano XXXX steso sul letto del belloccio XXXX tutto nudo, e vedo il belloccio XXXX, insieme ad altre due persone: XXXX e XXXX nudi e con il fallo in mano. Non ho piacere a scrivere queste cose, anzi mi fanno ricordare brutti momenti. Perché il mio compaesano XXXX lo conoscevo, abbiamo suonato insieme nella banda e non pensavo mai potesse arrivare a tanto. Sulle altre persone non posso dire niente se non quello che oggettivamente mostravano, ma nello stesso tempo credevo che stessero lì per seguire il Signore e non per fare altro. Sottolineo che loro mi hanno visto (ci mancherebbe), ricordo anche che scappai in camera e che per tutta la notte non sono riuscito a chiudere occhio, un grande dilemma mi affliggeva: “lo dico o non lo dico al responsabile?” Mi ponevo questa domanda perché, lo ripeto per l’ennesima volta, XXXX è del mio stesso paese.
Quello che ho visto quando entrai mi ha segnato per tutta la mia vita ma, prima di pormi delle domande racconterò nel dettaglio quello che ho visto. Ripeto nuovamente (chiedo scusa per le ripetizioni) che vidi il mio compaesano XXXX disteso sul letto, aveva una faccia provata, presumo per la portata del rapporto visto che in stanza con lui c’erano altre tre persone. Parto da XXXX un ragazzo molto alto quasi un metro e novanta circa, sia lui come altri stavano con il “membro” fra le mani ed  emanava un sospiro molto forte. Nel descrivere il quadretto aggiungo un altro dettaglio, lo stesso XXXX era vicino al volto del mio compaesano, mentre gli altri erano leggermente distanti.
Come ho già affermato entrai di scatto, non ricordo quanto tempo mi sono soffermato, credo che siano stati fra i 5/6 secondi che però mi sono sembrati un tempo interminabile, credetemi in quel momento volevo scomparire perché per me il tutto si configurava come un’offesa a Dio. Ma mettendo per un attimo da parte quelli che sono i miei pensieri personali su questa vicenda vorrei aggiungere un ulteriore particolare.
I miei ex compagni di seminario mi videro e rimasero sconcertati, perché il povero balbuziente (così ero chiamato da loro) aveva scoperto tutto. In un millesimo di secondo il mio compaesano XXXX si rialzò, dai suoi occhi ho notato che era molto imbarazzato, tutti gli altri restarono con il membro in mano, credo che non si aspettavano la mia scoperta. Successivamente scappai in stanza, non so se dopo hanno continuato a fare sesso, posso solo dire che per me da quella notte è iniziato un calvario spirituale… Stranamente, la mattina dopo il loro atteggiamento nei miei confronti è cambiato: da stupido balbuziente ero diventato in poche ore loro “amico”.
Stavo male, non riuscivo a mantenere questo peso, pertanto mi faccio nuovamente coraggio e riferisco tutto al responsabile don XXXX. Da parte sua ho notato apparentemente sincera disponibilità, anche perché la mia testimonianza confermava i suoi sospetti. Arriviamo a maggio (mese dei verdetti), si respirava un’aria tesa, XXXX e i suoi amanti continuavano a essere gentili nei miei confronti.

Alla fine don XXXX decide di bloccare il cammino di XXXX, di XXXX e di XXXX; decide anche di bloccare il cammino di XXXX ma, l’ultima parola spetta al vescovo. Il vescovo, non curante della decisione del responsabile, decide lo stesso di far continuare il cammino al belloccio XXXX. Mi riferisco al vescovo XXXX. Ho citato prima un altro seminarista, XXXX: lui appoggiava questo gruppo e ne faceva parte. Non ho mai visto lui fare sesso con altri, posso però dire per sua stessa ammissione che scambiava i messaggi dal tono compromettente e sessualmente esplicito con seminaristi di altri anni, e anche con sacerdoti di altri paesi e per il momento ricordo solo un presunto sacerdote di XXXX.
Aggiungo qualche altre precisazione su queste persone che ho menzionato prima il cui cammino spirituale è stato bloccato: XXXX (diocesi di XXXX) attualmente continua la sua presunta vocazione nei frati a XXXX, mentre XXXX (diocesi di XXXX) continua il suo cammino a Roma nei XXXX. Il mio compaesano XXXX (diocesi di XXXX) è l’unico tra questi che non fa niente, da tempo vive esclusivamente la sua giornata in parrocchia in paese a XXXX con il parroco nonché suo intimo amico don XXXX, e nonostante tutto distribuisce la comunione. Poi vi racconterò quello che questi due soggetti mi hanno fatto spingendomi a prendere la decisione drastica di uscire dal seminario.

La domanda che tutt’ora mi pongo: perché fanno questo? Essere omosessuali non è una colpa, allora perché decidono di non essere liberi a livello sessuale? Perché si “rinchiudono” in seminario? A queste dilemmi mi sono dato una risposta, credo che, dopo tutto, questi soggetti interpretano il seminario non come luogo di formazione, non come “tempo per scoprire la propria vita”, semplicemente configurano il seminario come un rifugio dove possono fare quello che vogliono senza che nessuno dica niente, perché per la mancanza di preti conseguente alla crisi delle vocazioni, i vescovi sono disposti a tutto, anche accettare questo tipo di perversioni. Sottolineo (è molto importante), che gli educatori sapevano tutto e continuavano a coprire determinati atteggiamenti, sempre perché (a detta loro) non c’erano abbastanza preti. E anche gli altri seminaristi, cioè quelli che non erano omosessuali, sapevano benissimo quello che accadeva tra gli omosessuali ma sembrava non interessargli più di tanto. Insomma, tutti sapevano ma nessuno sembrava volerne parlare apertamente, quasi per non accollarsi il problema o essere accusato di qualcosa.
Eppure questa cosa dei seminaristi gay c’è sempre stata, ricordo infatti che in questo seminario anni prima che ci entrassi anche io, era permesso uscire tutte le sere (sempre con la ritirata alle 23), poi successe una cosa e cambiarono le regole, e ora si può uscire di sera solo una volta a settimana.
Successe che alcuni seminaristi avevano affittato un appartamento in paese a XXXX, non lontano dal seminario, per andare a fare questo tipo di incontri (gli stessi che fanno di notte nelle stanze). Poi la sera si ritiravano in orario e nessuno sapeva niente, nemmeno il rettore perché nessuno sapeva di questa casa in affitto. La tresca fu scoperta quando un mese non avevano pagato l’affitto della casa e il proprietario della casa andò proprio in seminario per chiedere spiegazioni ma il rettore (all’epoca era XXXX) non sapeva niente di questa casa e lo scoprì in quel momento!

Ma non mi dilungo in storie vecchie, torniamo al presente. Cercherò adesso di fare il punto sul rapporto che c’è tra don XXXX, che è l’attuale prete della mia parrocchia e XXXX. Ribadisco che per me essere omosessuali non è un reato anche se uno fosse un sacerdote, ma il problema sono gli atteggiamenti e le sue azioni. Don XXXX, prima di diventare prete e di arrivare nel mio paese è stato cacciato ben due volte, cioè sia dal propedeutico di XXXX, e sia al quarto anno del seminario a XXXX. Si pensi che chi lo mandò via è l’attuale vescovo della nostra diocesi. Alla sua ordinazione non era presente il rettore del seminario che è sempre monsignor XXXX, e il fatto che non fosse presente è significativo, perché vuol dire che da parte del seminario non c’è un’effettiva approvazione, ma tanto l’ultima parola spetta al vescovo, al quale servono nuovi sacerdoti, quindi tutto fa brodo.
Ma c’è un particolare ancora più curioso: prima di entrare in seminario (ed essere cacciato due volte), questa persona si era trasferita a XXXX e si era iscritta per un anno all’università della moda a XXXX (il nome preciso di questa università è XXXX), perché prima di fare il prete, evidentemente voleva fare lo stilista!
Tutto questo che scriverò l’ho visto con i miei occhi e anche tante persone semplici del mio paese, che non riuscivano a spiegarsi determinate cose, oltre all’amicizia che, come ho già detto, avveniva prima ancora che don XXXX fosse parroco di XXXX.
La prima cosa che mi sconvolse fu il modo con cui i due si chiamavano a vicenda, un modo anomalo: “PUTTANONE” eSCROFONE.  I due affermavano che si trattasse di uno scherzo, ma la cosa continuava a protrarsi nel tempo. I due uscivano tutte le sere, mangiando spesso al ristorante (il parroco infatti non mangia mai a casa sua, anzi quasi sempre al ristorante o a casa di fedeli) e il mio compaesano XXXX addirittura aveva ricevuto dalle mani del parroco le chiavi di casa sua (mi riferisco alla casa canonica). La cosa in sé non è grave, ma in un paesino piccolo come XXXX la cosa destò sospetto.
Nel corso dei primi mesi di parrocato di don XXXX, notavo che il mio compaesano XXXX acquisiva sempre più potere e le sue frequentazioni a casa del parroco erano quotidiane (almeno nei giorni in cui io ero in paese). La cosa strana era il via-vai di preti. Anche qui, nulla di male per carità…  ma fra questi preti non c’era nemmeno uno della nostra diocesi. Nella nostra parrocchia appartenente alla diocesi di XXXX, eravamo abituati a vedere preti diocesani: con lui la situazione è cambiata. Con una frequenza assidua si alternavano senza un motivo apparentemente spiegabile preti da altre regioni vicine, precisamente dalla XXXX e dalla XXXX. Un prete che non conoscevamo in paese mi destò particolare sospetto per i suoi modi di fare nei confronti di don XXXX. Questo prete era della Diocesi di XXXX, precisamente svolgeva il suo ministero come vice parroco a XXXX. Il suo nome è don XXXX, i due si frequentavano in maniera assidua, addirittura questo sacerdote dormiva (per stessa ammissione di don XXXX) nella casa canonica.
L’altra cosa inspiegabile era l’atteggiamento de mio compaesano XXXX che, nonostante fosse stato cacciato dal seminario (per il motivo che ho scritto in precedenza), era euforico, allegro, insomma per me era strano il suo atteggiamento. Sottolineo anche che dall’arrivo di don XXXX, da subito il mio compaesano XXXX aveva avuto il permesso di distribuire la comunione, anche questa cosa ha creato sconcerto fra la gente, che si chiedeva il perché.
Non voglio perdermi in mille sottolineature, riprendo il filo da questi incontri strani. Il mio compaesano XXXX nonostante non fosse prete, partecipava a questi incontri con questi preti.  Fin quando sono stato in seminario (so queste cose dato che mi recavo in parrocchia), tutti questi atteggiamenti strani non sono stati notati solo da me ma anche da XXXX. Anche il popolo tutt’ora non capisce questa amicizia morbosa fra don XXXX e XXXX. Io ad oggi non ho una spiegazione, vedevo fino a pochi mesi fa tutti questi preti di altre diocesi arrivare fino a XXXXdormivano spesso e volentieri a casa di don XXXX, mentre XXXX purtroppo continua a dare la comunione ai fedeli di XXXX, continua a gestire i soldi parrocchiali.
Ho notato che da qualche mese, all’incirca da marzo, non ci sono più movimenti strani di gente sconosciuta che si reca in orari serali o notturni alla casa canonica, e questo succede precisamente proprio da quando tra i preti (e soprattutto nei seminari) si è diffusa la notizia del dossier sui preti e sui seminaristi gay scritto da Francesco Mangiacapra, che è un escort che ha partecipato a orge con preti e che è diventato molto temuto soprattutto dai seminaristi. E proprio in questa occasione io ho sentito parlare di Mangiacapra per la prima volta. Pur non essendo più io in seminario, alcuni amici seminaristi che ho tuttora infatti mi hanno raccontato che nei seminari, da quando è uscito questo dossier di Mangiacapra, hanno iniziato ad adottare il pugno di ferro e a fare maggiori controlli. In particolare, dopo il dossier di Mangiacapra, sono stati cacciati un paio di seminaristi proprio dal seminario di cui stiamo parlando e pare che questi nomi li avesse indicati proprio Mangiacapra. E infatti molti attuali seminaristi lo temono, io credo perché hanno la coscienza sporca, altrimenti non si spiegherebbe il perché. Pur temendolo, seguono sempre quello che scrive su Facebook.
Questo è quello che ho visto, poco ma purtroppo ho passato pochi mesi in parrocchia perché da quando c’è don XXXX, non siamo mai andati d’accordo per via dei suoi atteggiamenti, atteggiamenti orrendi nei confronti della mia persona. Sono stato accusato pubblicamente di cose false che mi hanno fatto male.  Le cose continuavano con offese in piazza e dall’altare, persino al banchetto della festa patronale ero accusato. Il tutto mi ha fatto male, perché anche la mia famiglia veniva accusata ingiustamente da lui. Insomma, puntava a screditare me e la mia famiglia e questo non è l’atteggiamento di un bravo parroco ma al contrario di una persona che istiga all’odio.

Riguardo alla vicenda della mia uscita se ne sono dette tante, ma adesso vorrei finalmente poter dire la mia, ed è per questo che ringrazio Mangiacapra per avermi offerto questa possibilità. Sono uscito dal seminario liberamente (me ne sono voluto andare io), per dirla tutta o per essere onesto sono andato via per coerenza.
Il verbo che fa da collante in tutta questa storia è SCAPPARE.  Sono scappato da tutto quello schifo che si vive in seminario,  dove tutti sanno ma nessuno parla.
La frase che più volte risuona all’interno del seminario è la seguente: la verità nella carità, senza intaccare la persona”.  La cosa sconcertante è proprio questa, si perché si strumentalizza anzi, si configura la carità con l’atteggiamento di nascondere, insabbiare. Mi reputo una persona coerente, ero ateo ed ho fatto tanto per arrivare a credere. Ad oggi mi reputo un credente, ed è per questo motivo che ho deciso di lasciare il seminario, tutto quello che accadeva (orge fra i miei compagni) per me era l’anti Cristo.
Ripeto: tutti sanno, dai vescovi fino agli educatori, anche i seminaristi sanno, sia quelli omosessuali (che sono molti), che quelli etero ma – si sa – ognuno si sa i fatti suoi.

Tutte queste mie affermazioni sono state dette sia al rettore del seminario (che non ha fatto niente), sia agli educatori (che hanno cercato e cercano ancora di mettere delle pezze) e sia al mio vescovo, che fino ad oggi si ostina a coprire (perché gli servono preti).
Una cosa assurda è che quasi tutti i rettori che si sono alternati negli anni in questo seminario, sono stati poi fatti vescovi! E non posso credere che l’attuale vescovo della mia diocesi, che anche è stato rettore di questo seminario, ignorasse l’esistenza di questi fatti che sono una regola e non un’eccezione.
E ho la certezza che queste storie continuano perché proprio lui, il vescovo, ha recentemente ordinato diacono XXXX, la cui condotta non idonea è ben nota all’attuale rettore del seminario in questione, tanto che è stato anche invitato a uscire dal seminario a seguito di diverse segnalazioni anche molto gravi (che addirittura riguardano XXXX), ma nonostante ciò il vescovo lo ordinerà presbitero a XXXX in data XXXX, nonostante il parere contrario del rettore attuale del seminario che non ha dato il nulla osta! Ma siccome ha concluso comunque il suo iter, il vescovo può decidere di ordinarlo ugualmente, perché gli servono nuovi preti. Anche nel suo caso all’ordinazione diaconale nessuno del seminario si è reso disponibile quella sera per parlare e presentare il suo iter formativo e così il vescovo ha pensato di chiamare a parlare XXXX, che lo conosceva perché era il suo parroco di origine.
E tra i vari giri di valzer del vescovo  XXXX c’è lo spostamento di don XXXX che prima stava a XXXX dove è stato accusato di pedofilia, il vescovo lo ha spostato prima a XXXX per un periodo e ora è stato spostato a XXXX.

In questo momento buio per la mia fede mi soffermo sulla pagina del vangelo di Matteo quello delle beatitudini, da li cerco di ripartire ed è proprio da quel passo della parola di Dio che scopro la fortuna di essere andato via da quel “postaccio”, mi rendo conto della portata delle mie affermazioni, ma credetemi vi parlo con il cuore in mano, quello che accade in quel benedetto seminario è qualcosa di inspiegabile.
Tutto questo che vi ho scritto non è frutto di un ex seminarista frustrato, oggi sono felice della mia scelta COERENTE, ho scelto di vivere per Cristo nella mia vita ma non potevo farlo in quel luogo dove tutto si fa tranne che crescere con Dio.

Credo di avervi parlato con il cuore in mano, ho cercato di raccontarvi tutto quello che ho visto, non è facile credetemi… ogni volta che ripenso a queste cose il mio spirito diventa triste.

Avevo un sogno ed era quello di diventare prete, volevo dedicare la mia vita a Dio e al prossimo; lo “avevo” appunto. Ad oggi continuo a servire Cristo e cerco di dedicarmi al prossimo: questa è la mia vocazione.
Certo non avrò il colletto bianco, ma poco conta: l’importante e essere credibili prima che credenti.

XXXX,  luglio 2018

In fede,

XXXX

[CONTINUA…]

 


Cinque domande a don Michele de Nittis INTERVISTA ESCLUSIVA

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Mala tempora currunt sed peiora parantur.
Dopo il successo riscosso dall’intervista esclusiva al vescovo Renna, che potete leggere QUI, oggi l’ospite della nostra intervista impossibile è don Michele de Nittis,
ex parroco defenestrato di Candela (FG).
Sottoponiamo dunque al presbitero disoccupato cinque quesiti sollecitati dai lettori ai quali attendiamo una risposta che – siamo certi – non tarderà ad arrivare, dato che è giusto che anche don Michele possa dire la sua, come ha già fatto il vescovo.
Nelle more dell’attesa, ciascuno potrà immaginare da solo le risposte che risolverebbero i dubbi sollevati dalle domande che seguono.

  1. Don Michele, il tuo allontanamento da Candela è sembrato inusuale: mons. Renna, nel concelebrare un’ultima volta con te, aveva affermato: “Don Michele lascia“, quasi a significare che fosse una tua richiesta spontanea e provvisoria quella di stare un po’ in disparte. In quella stessa occasione, il presule redarguì i fedeli facendoti ritenere vittima di pettegolezzi; certamente, se ti avesse ritenuto colpevole di qualcosa non ti avrebbe consentito di concelebrare. Pochi giorni dopo, invece, ha dapprima annunciato di averti sospeso e poi ti ha addirittura revocato ogni incarico pastorale, negandoti perfino di concelebrare alla festa patronale di Stornara, tuo paese natìo.
    Ti sei sentito tradito dal cambio di marcia che ha provocato nel vescovo un inasprimento della sua posizione nei tuoi confronti? 
  2. Il tuo vescovo si è sentito in dovere di annunciare pubblicamente sul bollettino diocesano che per il tuo caso è in corso un procedimento canonico che potrebbe accertare eventuali responsabilità che rileverebbero l’esistenza di una condotta non consentanea agli obblighi assunti dalla tonaca. In queste ipotesi, la Madre Chiesa prevede che in caso di presa di coscienza e di ravvedimento ci possa essere un reintegro basato sulla mera dichiarazione verbale di pentimento.
    Nel caso fosse accertata una tua responsabilità preferiresti lasciare il sacerdozio o piuttosto fare ammenda e ritornare a fare il parroco, magari anche in una diversa diocesi?
  3. Sei stato ordinato presbitero abbastanza giovane, dunque non hai avuto il tempo di fare molto altro però sappiamo che hai vissuto un anno a Roma, prima di seguire la tua vocazione.
    Se un giorno, per una qualunque circostanza, tu non fossi più un prete, che lavoro inizieresti a fare?
  4. La tua passione per i paramenti sacri, unita a un indiscutibile buon gusto estetico, ti ha spinto a far restaurare abiti liturgici ottocenteschi, calici e statue antiche di proprietà della Parrocchia di Candela; un tesoro ingiustamente inutilizzato dai tuoi predecessori. Un lavoro costoso di restauro e riporto – trattandosi di beni sottoposti alla tutela del Ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza delle Belle Arti Artiche – certamente utile a restituire sacralità, forma e lustro alle celebrazioni, che speriamo il tuo successore apprezzi.
    Sicuramente avrai fatto un inventario degli oggetti sacri della Parrocchia che hai provveduto a far restaurare e che ora consegnerai al tuo successore. Quanti sono in tutto?
  5. Per un analogo scandalo accaduto pochi mesi fa nella diocesi di Tursi-Lagonegro, il vescovo competente mons. Vincenzo Orofino, ha avvertito immediatamente l’esigenza pastorale di offrire ai fedeli le proprie scuse pubbliche. Con questo gesto di profonda umiltà ha spento ogni polemica e pettegolezzo, guadagnando la stima della stampa che – di fronte a un chiarimento – non si è sentita di pubblicare il nome del sacerdote. In questo modo mons. Orofino ha tutelato la buona fama del suo presbitero, pur applicando le norme canoniche.
    Diversamente, mons. Renna, nella omelia in cui ti ha congedato ha bacchettato i fedeli, ha negato loro il segno della pace e li ha persino invitati al silenzio.
    Ritieni che la strategia adottata dal vescovo per tutelarti sia stata vincente o credi che con un atteggiamento più morbido da parte sua ci sarebbe stato meno accanimento mediatico nei tuoi confronti?

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