Questo mese se non sei negro non conti un cazzo

Questo mese se non sei negro, sei automaticamente in torto.

Mentre la pellicola “Via col vento” viene censurata, mentre diverse statue di personaggi assunti come colonialisti vengono abbattute,  scompaiono dai supermercati addirittura i dolci chiamati “moretti”.

Parlare di rigurgiti di razzismo, e farlo così ossessivamente, anche a proposito di episodi che non c’entrano nulla, significa solo scavare fossati di odio, spaccare i popoli, indurre le categorie all’esasperazione, all’autodisprezzo e a forme di razzismo autolesionista. Nella Germania Nazista si rinchiudevano alcune minoranze in campi di concentramento, oggi chi nasconde il proprio egoismo dietro una bandiera arcobaleno pretende di trasformare il mondo intero in un campo di tortura per il maschio bianco eterosessuale.

Più che il busto impolverato di qualche personaggio storico assunto oggi a capro espiatorio, a me spaventa il vero colonialismo, quello odierno, fondato sul negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare il politically correct: è questa la morte della ragione con cui sacrifichiamo i nostri interessi e la nostra libertà. Spetta al politically correct ritoccare con macabri intenti revisionistici l’arte e la storia nella loro totalità e la narrativa nella sua particolarità. Non mi meraviglia che questa pericolosa ondata tendente a sputare nel piatto della cultura europea nasce negli Stati Uniti, che non hanno un bagaglio culturale proprio.

Il peggior fanatismo è attualmente esercitato dalle minoranze contro la maggioranza della comunità: è il razzismo dell’antirazzismo. Il razzismo più opprimente e intimidatorio è etico e non etnico; è quello culturale, politico, ideologico di una “razza eletta” rispetto al popolaccio che sceglie di pancia il sovranismo ed è, perciò, bollato come “naturaliter razzista”. Ecco allora che il nazionalismo, se italiano è un deprecabile sovranismo tendente al razzismo, ma se è europeo diventa un lodevole segno di apertura mentale. Il razzismo degli antirazzisti diventa delinquenziale quando identifica il legame identitario e culturale col razzismo che, solo nella peggiore delle ipotesi, è una sua degenerazione.

In modo ignobile e plateale l’insegnamento socio-politico che si vuole dare alle nuove generazioni diventa un codardo affronto alla storia e alla letteratura. Ormai si può pretendere di censurare addirittura le favole – manifestando una volontà di controllo persino sulla fantasia dei bambini – perché sessiste e antianimaliste. Si può imporre lo studio di sconosciuti e insulsi autori di culture primitive, antesignani di qualche attuale minoranza.
Eccola, la manipolazione intellettuale: una contraffazione che tende a deturpare in modo indegno e ingiurioso chi, nell’intelletto, cerca ancora una guida, un sostegno e una solida base. Un revisionismo che è subdolo perché mira a colpire chi è in piena fase di istruzione culturale e sociale, ossia ragazzi minorenni, studenti.

 Si tratta di antifascismo, fascismo o fasciocomunismo? Non cambia poi molto. La volontà di reprimere lo spirito critico, di censurare il pensiero altrui e di cancellare la storia è la medesima. Ed è un serio problema. Il razzismo di un razzista è facile da combattere, perché visibile, esecrabile, spesso caricaturale; certo violento ma facilmente perseguibile dall’opinione pubblica.

Il razzismo dell’anti-razzista è, invece, subdolo, nascosto, ipocrita perché considerato politically correct dall’élite. Esattamente come il fascismo degli antifascisti. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo clericale in assenza di religione.

Una volta nei film Disney le negre erano schiave o cameriere. Ora le fanno fare le padrone. Nel remake disneyano in live action di “Lilli e il vagabondo”, il ruolo della padrona della cagna, diversamente dalla versione originale, è interpretato da un’attrice negra. Ora, ben lungi dal voler essere razzisti, dobbiamo pensare che la storia raccontata nella pellicola è ambientata nel secolo scorso, quando certamente le coppie etnicamente miste non esistevano. La scelta di affidare il ruolo della padrona a una negra è dunque un esercizio forzato di quel politicalcorrentismo sinistro-salottiero-borghese che spinge la nostra società a cancellare e riscrivere la storia. Una tendenza che non ci rende più inclusivi, ma soltanto più ignoranti.

Censurare e riscrivere il passato blinda il presente, i suoi criteri di giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo, persino bello-brutto. L’arte prodotta in un ben preciso periodo storico non dovrebbe mai essere piegata ai valori della contemporaneità: il rischio consiste nel perdere di vista il contesto storico di riferimento. Se realmente dovessimo giudicare con i criteri etico-politici di oggi i classici della cultura occidentale allora non si dovrebbe leggere Moby Dick, perché offende gli animalisti, né Pippi Calzelunghe, pedagogicamente pericoloso, né I tre moschettieri, irrispettoso sul fronte delle quote rosa. Finiremmo, così, per trasformare la letteratura in una sterile tassonomia di tematiche più o meno traumatizzanti. Praticamente assistiamo oggi al revisionismo di regime, al sistematico annichilimento della Storia e alla sua radicale svalutazione. Al tentativo di cancellare, distruggere fisicamente o scaraventare nella pattumiera dell’oblio e della pubblica riprovazione, secondo un modello in auge nelle dittature, tutto ciò che in essa dà fastidio a un presente impoverito, intimorito dal confronto, pervaso dal sacro fuoco di processare, giudicare e condannare con i suoi criteri e la sua onnipotente presunzione ogni precedente accadimento, idea, dichiarazione, testo, comportamento. Il risultato di questa revisione moralistica della storia, dell’arte, della filosofia, della letteratura, del costume, oltre l’esito grottesco, è un’istigazione all’ignoranza; il tutto nel nome dell’umanità e della tolleranza.

Fare la guerra a fenomeni del passato con gli occhi ideologici del presente è un errore ed è la manifestazione di questa tendenza ad affermare verità totalitarie, sottratte alla discussione. I fatti vanno storicizzati, non aboliti per decreto.

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
http://bit.ly/Mangiacapra

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PERCHÈ LE LESBICHE SONO IL CANCRO DEI DIRITTI GLBT

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In principio i GAY si chiamavano GAY e le LESBICHE si chiamavano LESBICHE. Chi cambiava sesso (spesso per prostituirsi aumentando il prezzo delle prestazioni) si definiva TRANS.
Per facilità, e per includere anche i bisessuali, fu giustamente creato l’acronimo GLBT, abbreviazione di “gay, lesbo, bisex, trans”. Una sigla assolutamente esaustiva e rappresentativa di tutte le diversità, dove la G di gay era, giustamente, posta in cima perché proprio i gay sono la categoria più discriminata, più stigmatizzata e, soprattutto, le maggiori vittime di violenza.
Difficilmente, infatti, una lesbica viene aggredita per strada e se ciò accade è spesso perché lei stessa ha provocato la lite. Sono ben note, infatti, le risse delle lesbiche all’interno e all’esterno di tutti i locali gay.

Lo spirito rissoso delle lesbo-femministe, negli anni, ha spinto le lesbiche (sempre più spesso assise a capo delle associazioni GLBT) a pretendere di far passare la L di lesbiche in cima all’acronimo, con la solita presunzione che contraddistingue le lesbiche e con la consolidata abitudine al privilegio che contraddistingue le femministe.

La L delle lesbiche è così passata, da qualche lustro, in cima all’acronico, che nel frattempo è diventato LGBT. Lo stesso concetto di “lesbofobia” di per sé non esiste in quanto già incluso nello spettro dell’omofobia. La radice etimologica del termine “omofobia” fa riferimento, infatti, all’avversione nei confronti di qualunque individuo attratto da persone dello stesso sesso. Questo concetto, ovviamente, non si riferisce soltanto ai maschi omosessuali ma evidentemente anche alle lesbiche. Il termine “lesbofobia“, soprattutto se accostato al concetto di “omofobia” e non di “gayfobia“, è pertanto una inutile e pedissequa ripetizione paradossalmente discriminatoria proprio nei confronti dei maschi omosessuali in quanto principali vittime dell’omofobia.
Va da sé che anche i concetti di bifobia e transfobia siano superflui in quanto le persone bisessuali vengono comunque discriminate per la propria componente omosessuale e le persone transessuali restano biologicamente degli omosessuali su cui è intervenuta la chirurgia plastica.

Come se non bastasse, i vertici nazifemministi (che in molti casi non sembrano manco donne ma lesbiche fallofobiche prossime ai camionisti) hanno politicizzato interi circoli delle associazioni GLBT senza avere né competenze né attinenza ideologica per potersi interessare di tematiche che una lesbica non può conoscere, come per esempio prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Quello delle lesbiche a capo dei circoli delle associazioni gay è un caso sintomatico in cui la convenienza politica non coincide con la salute pubblica e distrugge anni di impegno per l’uso del preservativo: non si comprende il motivo per il quale una lesbica che, letteralmente, non ha mai visto un cazzo (se non quelli di gomma che si avvitano davanti alle apposite mutande che loro usano), debba mettere bocca in questioni che riguardano la condizione di chi con il cazzo e per il cazzo rischia la salute!

Non paghe di ciò, le lesbiche a capo delle associazioni della lobby gay, nel tentativo di fare pressioni mediatiche, ogni anno hanno preso ad aggiungere nuove lettere, quasi a diventare un codice fiscale. Siamo arrivati attualmente a LGBTQIA+ che oltre a lesbo, gay, bisex e trans non si fa mancare le etichette queer, intersex e asex, con un “+” in coda a presagio che, nel frattempo, qualcuno sia al lavoro per aggiungere qualche altra lettera.

Perché accade ciò? La filosofia gender esige la creazione di nuove nomenclature, basate sulla ricerca scrupolosa di punti di distinzione allo scopo di creare una comunità intorno alla stessa diversità ed è così che spuntano come funghi le classificazioni di: pansessuale, polisessuale, non binario, agender, bigender, nogender, genderqueer, genderfluid e così via. Si arriva a violentare la grammatica italiana con la stronzata di scrivere “tutt@”  e “tutt*” in luogo di “tutti”, nonostante nella nostra grammatica il plurale maschile copra entrambi i generi. Si pretende che una semplice regola grammaticale sia assunta a discriminazione di genere, patetica forzatura di gran lunga significativa della strumentalizzazione che si sta facendo dell’eguaglianza.

Neppure la definizione di Gay Pride è salva. Si esige di riferirsi alla manifestazione con il più indefinito e confusionario termine “Pride“, per non ledere la suscettibilità delle lesbo-femministe. Sotto la pretesa ossessiva di un linguaggio “più inclusivo” anche la metropolitana londinese si adegua al politicamente corretto e rinuncia alla classica formula “signore e signori” che precede gli annunci diffusi dagli altoparlanti, sostituendola con l’espressione “salve a tutti“, nel dubbio che qualche confuso si offenda, come annuncia la Transport for London, la quale spera che tutti i passeggeri si sentano i “benvenuti” a bordo dei treni della London Tube.

La lobby gay, purtroppo sempre pronta a sfruttare il facile consenso della solidarietà tra minoranze – come se essere gay e lesbiche equivalga a dover difendere zingari e terroristi musulmani – , ha prontamente offerto protezione e addirittura una bandiera agli ASESSUALI, legittimando di fatto l’istituzione di una nuova etichetta. Ciò a dispetto del fatto che l’asessualità non è certamente un orientamento sessuale ma è chiaramente un disturbo sessuale che andrebbe curato e non certo avallato.

Siamo arrivati a un punto in cui qualunque persona che una mattina si svegli e si arroghi il diritto di creare un’etichetta basata sul cazzo del proprio cane, tramite la quale esigere diritti, viene ritenuta automaticamente depositaria del diritto di non essere discriminata e trova spazio e potere attraverso la lobby gay.

Questi alfieri dell’alfa privativa si inventeranno, tra poco, una categoria di gay a cui fa schifo pisciare dal cazzo, invocheranno a gran voce la creazione dell’etichetta di “apisciatori” e pretenderanno che il sistema sanitario nazionale gli paghi l’intervento per impiantare un sistema che consenta loro di orinare dalla bocca. Istituiranno la giornata mondiale dell”apisciata“, ricorrenza in cui, per supportare la loro minoranza, dovremo pisciare tutti dalla bocca, aggiungendo così un’altra festività nel già nutrito anno liturgico del politically correct. Chiederanno, naturalmente, una legge che li tuteli da chi commette il reato di “apisciofobia“, da applicare a tutti quelli che continuano a pisciare dal cazzo negli orinatoi pubblici, che risulterà essere un atto profondamente discriminatorio nei confronti di chi, suo malgrado, poverino, prova repulsione per il fatto di pisciare dal cazzo.

La comunità GLBT, anzi la comunità LGBTQIA+ (mentre scrivo potrebbero aver deciso di aggiungere altre lettere), conferirà loro una bandiera arcobaleno, con i colori del piscio e della bocca ma privata, naturalmente per non molestarli, del colore del cazzo.

Lo status politico di vittima assicura a chi riesce a ottenerlo una specie di passaporto diplomatico di cittadino “straordinario”, non necessariamente collegato a situazioni di minaccia o reale oppressione. Uno status che comporta, in quanto tale, una serie di benefici, non solo economici, ma anche legali e che di fatto rende le persone diseguali di fronte alla legge. Il cerchio si chiude e chi non vuole guai è costretto ad autocensurarsi e a usare le parole della neolingua.

Dove arriveremo? L’istituzionalizzazione del sentimento di vergogna delle categorie protette ha dato stura a un politicamente scorretto sempre più necessario.

Il politically correct ha avuto la stessa intuizione delle dittature: ha compreso che il linguaggio non si limita a descrivere il mondo ma, denotandolo, lo costruisce. Alla stregua delle dittature, ha avuto la presunzione di voler sfruttare l’idea che incidendo sul linguaggio si incida anche sul reale. Esattamente come le dittature ha pagato questa presunzione con il fallimento, non avendo avuto la forza per dare seguito ai cambiamenti che il linguaggio annunciava e avviava né di armonizzarli con gli interessi e la sensibilità delle masse impoverite dalla globalizzazione.

Per questo il politically correct ha fallito, rivelandosi uno strumento fallace e controproducente per chi, come il sottoscritto, pur collocandosi in una, se non più, delle minoranze non necessita di conformarsi ai dogmi di un’autocommiserazione omologata né a una cruenta lotta di categoria.

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
http://bit.ly/Mangiacapra

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EX ASESSUALI: le testimonianze dei guariti

L’uscita del volume  La dittatura delle minoranze (edito da VeriTas edizioni) ha aiutato molte persone a uscire dal tunnel dell’asessualità. Per questo, è doveroso dare spazio proprio a queste persone che con la propria voce hanno voluto testimoniare direttamente che dall’asessualità SI PUO’ GUARIRE!

Prima di farvi ascoltare le testimonianze nel video che segue, è doveroso fare però alcune precisazioni di natura scientifica.

Nell’ipotesi in cui un soggetto manifesti sintomi legati al disturbo asessuale o, addirittura, per condizionamento indotto, si identifichi egli stesso quale “asessuale” è sempre necessario rivolgersi a uno specialista. Le diagnosi e soprattutto le cure fai-da-te non sono mai risolutive, ma al contrario in molti casi acuiscono il disturbo anziché risolverlo. Il disturbo asessuale va trattato esclusivamente da specialisti, quindi la prima figura con cui interfacciarsi è proprio il medico di base. Sarà quest’ultimo, in relazione alla causa patologica, a indirizzare il paziente presso uno psicologo, uno psichiatra, un neurologo, un sessuologo, un endocrinologo, un andrologo, un urologo, un ginecologo o, in casi non eccezionali, anche presso una semplice prostituta o un gigolò.

La possibilità di guarigione da questa patologia non è, purtroppo, univoca in quanto dipende dalla natura e dal tipo di disturbo asessuale. Spesso esso è determinato da fattori psicologici e senz’altro risolvibile con una buona psicoterapia (anche se non è esclusa la possibilità di ricaduta), ciò diventa più difficile nel caso di asessualità derivante da disturbi psichiatrici, i quali spesso si protraggono, ad alti e bassi, per tutta la vita. Talvolta, è necessaria anche una terapia ormonale, in caso di disfunzioni. Nell’ipotesi di disturbo asessuale legato a fattori fisiologici la guarigione spesso avviene contestualmente alla risoluzione del problema che determina l’asessualità, come la circoncisione nel caso di fimosi o frenulo breve. Nel caso dei disabili, per esempio, il disturbo asessuale si risolve con la figura del cosiddetto assistente sessuale o anche di una semplice prostituta.

In altri casi la patologia è solo ridimensionabile, ma non guaribile. In situazioni più estreme, ma non rare, il disturbo asessuale è irreversibile, soprattutto quando è lo stesso soggetto a non voler prendere atto del proprio disturbo, illudendosi di aver raggiunto la pace dei sensi.

Talvolta anche la derisione collettiva può costituire uno stimolo utile per le persone affette dal disturbo asessuale a prendere coscienza della necessità di iniziare a curarsi. Nel caso di asessualità derivante da obesità, per esempio, il dileggio può costituire – come abbiamo già visto – un ottimo stimolo per iniziare una dieta come primo passo verso la risoluzione sia dell’obesità sia del disturbo asessuale. Se, invece, il disturbo asessuale dipende da fattori come, per esempio, il pene piccolo o la disabilità, certamente queste persone vanno aiutate ad accettare la propria condizione, mai derise.

 

La lobby delle associazioni LGBT nella forzatura di etichettare questi disturbi come orientamenti sessuali, paragona costantemente l’asessualità all’omosessualità,  allo scopo di renderla intoccabile, invocando ingiustamente criteri di libertà e non discriminazione a tutela di questa minoranza.

In realtà, volendo fare un paragone più congruo, l’asessualità andrebbe più propriamente paragonata alla pedofilia, essendo entrambi dei disturbi che intaccano sia la sfera sessuale sia quella relazionale.

L’asessualità, pur non essendo un reato come la pedofilia, che lede terze persone causando gravi danni e traumi, genera comunque pesanti disturbi e ripercussioni emotive, psicologiche e sociali sia nel soggetto che ne è affetto, sia nell’eventuale partner. Tuttavia, se la società è arrivata, giustamente, a condannare la pedofilia, ciò ancora non è avvenuto con l’asessualità, a causa della minore pericolosità sociale e fisica della patologia, ma soprattutto a causa delle pressioni politiche legate a una ingiusta estremizzazione del senso di politically correct.

Pertanto i soggetti affetti dal disturbo asessuale vanno trattati alla stregua di pedofili, ovvero indotti a curarsi onde tentare di ridurre i danni o, se possibile, guarire.

Sarebbe bello poterci illudere che gli asessuali si estingueranno, dato che non si riproducono. Purtroppo, però, essi sono tutte creature partorite dall’ignoranza compulsata dalla dittatura delle minoranze e l’ignoranza, si sa, è sempre gravida.

Per questi soggetti, che di base non nascono bacati ma lo diventano per condizionamento sociale, probabilmente uno stupro terapeutico e riparatore potrebbe essere l’evento traumatico che consentirebbe una effettiva presa di coscienza circa le pulsioni sessuali.

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 La dittatura delle minoranze, il libro di Francesco Mangiacapra edito da VeriTas

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La GRASSOFOBIA non esiste. Non esistono grassi felici, esistono solo grassi rassegnati

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Bisogna sfatare il falso mito, politicamente corretto, che sollecitare in maniera cruda e diretta una persona obesa non la aiuti a dimagrire, perché invece questo rappresenta il miglior stimolo. Al contrario, l’avallo e il compiacimento dell’obesità, soprattutto se spacciata per diritto e libertà, la legittima e la radica.

Se non fosse stato per i sani stimoli a migliorarsi basati sulla denigrazione dei difetti – ciò che oggi si imputa come “body shaming” – intere generazioni di persone come me sarebbero cresciute continuando ad accettare i propri limiti, anziché sentirsi stimolate a migliorarli. Anche il tanto ostracizzato bullismo (concetto spesso abusato), dovrebbe essere inteso, invece, nel caso dell’obesità, come stimolo esterno utile a trovare la forza per iniziare una dieta. Non si può certamente invocare la debolezza di qualcuno che al bullismo soccombe, magari suicidandosi, per propria predisposizione patologica. Non possiamo favorire la diffusione di modelli sbagliati, solo perché qualcuno è irresoluto e si suicida.

Abbiamo il dovere di educare la società, non di lasciarla abbandonata a se stessa spacciando l’obesità per l’ennesima forma libertaria di ribellione al canone imposto. Il vero rispetto per le persone affette da malattie come l’obesità è riconoscere la gravità di questa patologia e non fingere che non esista. Giustificare l’obesità vuol dire non aiutare questi soggetti a uscirne.

Combattere contro gli obesi, dunque, è un mezzo per dare maggiore attenzione ai disturbi del comportamento alimentare che, senza necessariamente essere visibili come l’obesità, colpiscono un numero di persone ben più alto.

In questo clima di buonismo nasce la “grassofobia“, ulteriore declinazione del “body shaming“, tanto caro al politicamente corretto. Con l’ennesimo espediente semantico del politically correct gli obesi diventano intoccabili e il contrasto all’obesità si trasforma in un mostro, in una malattia sociale, non diversa da xenofobia, razzismo e omofobia.

La lobby gay, poi, non può esimersi dal difendere i grassi stringendo con loro l’ennesimo patto di sangue tra minoranze che diventa imperativo categorico cristallizzando il pensiero di qualcuno ed elevandolo a legge insindacabile.

Ecco che allora nascono filosofie di vita come “il body positive“, affinché i grassi che non riescono a migliorarsi si possano almeno illudere di essere felici. Si rassegnano a convivere con l’angoscia della distorsione forzata tra quanto di più sacro si ha, la propria identità e l’immagine visibile di sé. Invocano (seriamente), la giornata mondiale contro la “grassofobia“. Si rafforza la fantasia che fingere di essere allegri e puntare sulla presunta e stereotipata simpatia, li renda persone felici mentre in realtà, covano, giustamente, profonda frustrazione verso le persone normali.

Può un grassone non rientrare nel “normopeso”, ma sentirsi bene e a proprio agio con se stesso, con gli altri e con il proprio aspetto? Certamente no, si tratta di falsi compromessi dovuti all’incapacità di dimagrire. Nessun grassone vorrebbe restare tale, perché mai un grasso dovrebbe preferire la sua condizione patologica alla salute?

L’obesità è una malattia.

L’idea che si possa essere grassi e al tempo stesso medicalmente in forma e in salute è un falso mito. Chi è obeso, anche se non mostra i segni iniziali di malattie cardiache, diabete o colesterolo alto, non vuol dire che sia protetto da questo malattie.

È una patologia che concorre a provocare gravi disturbi e la morte, costa in termini economici e sociali ed esteticamente è disgustosa. È l’epidemia più diffusa e pericolosa del terzo millennio perché, a differenza delle altre, non viene percepita nel suo reale potenziale lesivo, non solo per chi ne è affetto, ma per la società stessa.

Esaltare acriticamente il modello di bellezza grassa significa esaltare una malattia che racchiude in sé quasi tutte le altre patologie, in un mondo industrializzato bisognoso, invece, di ben altri moniti.

La società dovrebbe sentirsi eticamente responsabile aiutando questi soggetti, non avallandoli e finendo per acuire e diffondere queste patologie. Bisognerebbe, per esempio, imporre l’educazione alimentare nelle scuole, che sono le prime palestre sociali e vietare i modelli non salutari. Ciò che accade, invece, è l’esatto opposto ovvero si mitizzano le persone grasse con il pretesto di essere inclusivi.

La pericolosità sociale di questa propaganda consta proprio nell’ostentazione dell’obesità, proposta ingiustamente come forma alternativa di bellezza e libertà e non già come pericolosa patologia.

La lotta all’obesità – necessaria, in una società che persegua il bene comune – passa obbligatoriamente dalla lotta alle persone obese. Dietro l’obesità schermata da problemi metabolici e disfunzioni ormonali, c’è nella maggior parte dei casi solo golosità sfrenata, una scarsa attività fisica e una gran pigrizia, oltre che gravi problemi e disagi psicologici, che andrebbero individuati e, quindi, risolti.

Sarebbe necessario, innanzitutto, abolire le politiche di assistenzialismo esercitate ingiustamente a favore degli obesi, che dispensano assegni di invalidità e costituiscono, di fatto, un deterrente alla risoluzione del problema.

Quando le proprie scelte vanno a influire negativamente sul funzionamento di una società, allora il peso di un individuo, sia metaforico sia fisico, diventa un problema. Le persone obese sono oggettivamente un costo per il sistema sanitario di un Paese ed essere grassi (per quanto ognuno debba poter decidere cosa fare della propria vita e del proprio corpo) è un problema sia per chi lo è sia per chi deve far fronte a questa condizione. Piuttosto che offendersi per uno stereotipo, sarebbe più saggio non negare l’esistenza di un problema.

Accettarsi per quello che si è e piacersi? Va benissimo, a patto che, poi, una bambina, subendo il bombardamento mediatico che equipara grassezza a bellezza, non arrivi a mangiare in maniera errata persuasa dall’equazione “obesità uguale a bellezza”. Dovrebbe essere chiaro, soprattutto per la fascia più giovane, mentalmente e culturalmente meno strutturata, l’avvertimento che nessuno dovrebbe ridursi a diventare obeso, non per un capriccio estetico ma per questioni di salute.

Il rispetto passa proprio dal riconoscere le patologie in quanto tali senza confonderle con espressioni di diversità. I disturbi alimentari non vanno, pertanto, elevati a modello alternativo di bellezza e felicità, soprattutto se si tratta di programmi televisivi a target giovanile.

Dannoso è far passare l’ingiusto messaggio di una persona grassa felice, anziché quello corretto, ovvero che i disturbi alimentari vanno risolti (laddove possibile) e non accettati.

Sarebbe discriminante piuttosto nei confronti della bellezza e di chi fa sacrifici per non ingrassare se si fingesse che essere grassi sia normale. La bellezza, così come la salute, è armonia, misura, equilibrio. Qui sta il vero cuore della questione: è davvero bello dire “io sono così, e vado bene così”? Non annienta forse la spinta al miglioramento? Non cancella l’essenza stessa della bellezza, che è immaginarsi nel futuro differenti da come si è?

L’aspetto realmente discriminante nei confronti dell’obesità è che casi umani vengono proposti come fenomeni da baraccone proprio senza rispetto per la malattia stessa e con l’intento di veicolare il buonismo che si tenta di imporre, speculando e lucrando.

Soprattutto, sarebbe necessario avere maggior rispetto per le persone che, con sacrificio e pazienza, si impegnano per non diventare grassi. Non si tratta di voler mitizzare la bellezza, di voler essere crudeli o ipergiudicanti. Io stesso ho amici grassi e li rispetto come persone, ma la salute collettiva è prioritaria rispetto alla mortificazione di qualcuno e questa è una responsabilità della società, non una libertà del singolo.

Non esistono grassi felici, esistono solo grassi rassegnati.

I grassi fingono un’accettazione di se stessi mai sincera, perché nessuno potrebbe andar davvero fiero di certe dimensioni, tranne quelli che si sono già arresi.

Il pericolo di rimanere incastrati nell’etichetta di “grasso è bello” in quanto inclusiva è una delle falle principali della dittatura delle minoranze. Una lotta per distruggere i rigidi schemi costruiti negli anni passati ci porta a disegnarne altri, mascherati da libertà.

L’inganno dell’essere veri per forza, del tutto politicamente corretto e contemporaneo, è una bugia costruita a danno del corpo di persone infelici.

 

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
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25 aprile: MA QUALE LIBERAZIONE? IL FASCISMO È ANCORA VIVO E HA IL COLORE DELL’ARCOBALENO

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In quel 1945 ci siamo illusi di esserci liberati dal Fascismo ma la vera oppressione ideologica che corrode la nostra presunta democrazia è il regime di dittatura delle minoranze in cui viviamo. Sarà colpa di quel gusto un po’ snob di sentirsi sempre più a proprio agio con una minoranza oppure sarà che le nostre democrazie hanno ancora il ricordo di come le dittature del Novecento abbiano annichilito i gruppi minoritari. Quale che ne sia il motivo, siamo andati troppo oltre, abbiamo ceduto alla dittatura delle minoranze.

Parlare di rigurgiti di fascismo, e farlo così ossessivamente, anche a proposito di episodi che non c’entrano nulla, significa solo scavare fossati di odio, spaccare i popoli, indurre le categorie all’esasperazione, all’autodisprezzo e a forme di razzismo autolesionista. Nella Germania Nazista i portatori della svastica rinchiudevano alcune minoranze in campi di concentramento, oggi chi nasconde il proprio egoismo dietro una bandiera arcobaleno pretende di trasformare il mondo intero in un campo di tortura per il maschio bianco eterosessuale.

Oggi il peggior fanatismo è esercitato dalle minoranze contro la maggioranza della comunità: è il fascismo dell’antifascismo. Il razzismo più opprimente e intimidatorio è etico e non etnico; è quello culturale, politico, ideologico di una “razza eletta” rispetto al popolaccio che sceglie di pancia il sovranismo ed è, perciò, bollato come “naturaliter razzista“. Ecco allora che il nazionalismo, se italiano è un deprecabile sovranismo tendente al razzismo, ma se è europeo diventa un lodevole segno di apertura mentale. Il razzismo degli antirazzisti diventa delinquenziale quando identifica il legame identitario e culturale col razzismo che, solo nella peggiore delle ipotesi, è una sua degenerazione. È come se identificassimo la libertà con la violenta anarchia o i porci comodi e l’uguaglianza col totalitarismo comunista e il terrore giacobino.

Così convinti di essere sempre e comunque dalla parte giusta, loro, gli antifascisti, antirazzisti, antispecisti, anti tutto e anti chiunque la pensi diversamente. Così forti della loro coscienza pulita e del loro indottrinamento da far risultare anche normale armarsi di bastoni e bombe carta, col volto coperto per manifestare il loro dissenso a ogni fattispecie e situazione non gradita. Poco importa se si comportano esattamente mettendo in pratica, quegli stessi metodi, atteggiamenti e modi di pensare fascisti, che loro stessi si propongono di contrastare: lo squadrismo, l’ostracismo, la persecuzione, la messa al bando, il boicottaggio, la propaganda.

In quest’ottica, diventano condannabili tutte le tradizioni, i costumi, le norme etico-religiose, persino i criteri estetici sedimentati nella storia della cultura di origine europea. L’Altro è sempre su un piano superiore ed è eticamente preferibile. Si arriva al feticismo dell’allofilia. Tutti gli elementi culturali provenienti da civiltà non occidentali, le culture extraeuropee, le religioni non cristiane, l’Islam, la cultura green, l’ecosostenibile, sono eticamente migliori. Vengono proposti come preferibili, benvenuti, giustificati, tutti i modelli di vita alternativi, l’etnochic, il burger di quinoa equosolidale, il buddismo in primis, il più amato da gay e gente dello spettacolo.

Il multiculturalismo si impone di fatto come ideologia aggressiva a tutela delle lobby che rappresentano minoranze (o sedicenti tali): sette religiose, gruppi etnici, femministe, gay. Queste organizzazioni partono da una cultura del piagnisteo, che attribuisce ogni frustrazione delle persone a presunti traumi inflitti dalla società. Una cultura che collega ogni insuccesso del singolo alle discriminazioni subìte storicamente in quanto membro di una minoranza.

Il #prayfor impera su tutto. Si fanno guerre alle cannucce di plastica di McDonald’s a colpi di tweet VIP. L’anidride carbonica e i cambiamenti climatici chiamano a raccolta adunanze oceaniche che ci ricordano i sabati di ottant’anni fa, il presenzialismo è il cursus honorum per il distintivo di benemerenza della nuova Gioventù Italiana. Ci si mobilita per le specie animali in via d’estinzione, ma non per i cristiani perseguitati.

Se non si è d’accordo con una minoranza meglio restare muti come pesci per non essere tacciati di razzismo e, Dio non voglia, di fascismo. Mute le femministe sugli stupri delle donne bianche da parte dei musulmani; muti i militanti LGBT sulle condanne a morte degli omosessuali in Iran.

Muti e inquadrati. Muti sulla politica israeliana nei confronti dei palestinesi, se non si vuole essere immediatamente accusati di antisemitismo. Vogliamo divenire, sì o no, un Paese più civile, come sempre invoca la signora Cirinnà?

Il comunismo è morto e quello vero, fortunatamente, non lo abbiamo mai conosciuto in Italia, ma le sue deformazioni psicologiche sopravvivono, eccome! Il perbenismo estremizzato a causa del buonismo imposto è diventato perbuonismo, trasformando i luoghi comuni in luogocomunismo.

Del comunismo evolutosi in luogocomunismo è sopravvissuta la parte peggiore: il ricatto morale sistematico, la diffidenza e il malanimo verso i meritevoli e i “fortunati”, la propensione a vedere per partito preso in ogni povero uno sfruttato, prima ancora di informarsi su come stiano in realtà le cose, in ogni fannullone, un incompreso e in ogni delinquente, un poverino che la società ha spinto egoisticamente e insensibilmente sulla cattiva strada. Questa nuova versione peggiorativa e delirante della vecchia etica marxista è stata fatta propria da legioni di attivisti LGBT, di femministe, di sinistronzi; ha conquistato amministrazioni locali, dirigenze scolastiche e sanitarie, élites culturali e intellettuali “impegnati”, quelli con la poltrona fissa in qualche salotto televisivo; si è assisa ai vertici dello Stato e nelle cariche più alte stabilite dalla Costituzione (anch’essa di matrice sinistroide).

È diventato vietato essere gay se non voti a sinistra, perché se nasci gay hai un debito con la sinistra, un peccato originale che non puoi scontare. Se sei gay, al Gay Pride devi cantare Bella Ciao (motivo per il quale ho deciso di non prendervi più parte). Poco importa poi se i gay che Mussolini mandava in vacanza alle Tremiti e quelli che Hitler mandava al macero siano numericamente inferiori a tutti i gay vittime di persecuzione in URSS durante il regime stalinista e ai più recenti lager istituiti da Che Guevara e compagnia bella ciao. Senza contare, naturalmente, come se la passano oggi (non settant’anni fa!) i gay a Cuba, in Corea del Nord, in Cina, in Vietnam e in Laos, tutti  paesi orgogliosamente comunisti. Eh già, perché mentre il tanto pericoloso Fascismo è scomparso ovunque nel mondo da più di quarant’anni il comunismo esiste ancora.

Impegnati a fiutare ossessivamente ogni traccia di fascismo immaginario stiamo perdendo ogni capacità reattiva di fronte alla sbalorditiva stupidità censoria dell’ideologia del politicamente corretto. Essa non si limita a essere un attacco alla libertà, ma è anche un attentato all’intelligenza, al senso dell’umorismo, allo spirito critico, al senso delle proporzioni e, persino, al buon senso.

Si tratta di antifascismo, fascismo o fasciocomunismo? Non cambia poi molto. La volontà di reprimere lo spirito critico, di censurare il pensiero altrui e di cancellare la storia è la medesima. Ed è un serio problema. Il razzismo di un razzista è facile da combattere, perché visibile, esecrabile, spesso caricaturale; certo violento ma facilmente perseguibile dall’opinione pubblica. Il razzismo dell’anti-razzista è, invece, subdolo, nascosto, ipocrita perché considerato politically correct dall’élite. Esattamente come il fascismo degli antifascisti.

Proprio l’antifascismo conformista, con il quale molti intellettuali hanno costruito floride carriere, ha favorito la mitizzazione del Fascismo. Cosa mai c’entri il Fascismo nella società di oggi non si sa, dato che il fenomeno fascista vero sarebbe oggi irripetibile e impensabile. L’epiteto “fascista” è quindi un esempio di come abbia avuto successo la tecnica del politicamente corretto per attribuire alle parole significati diversi da quelli originali.

Fascista non è più dunque l’aderente a un certo movimento politico in gran voga negli anni tra il 1920 e il 1943, ma qualunque persona che non sia politicamente corretta o che esprima dissenso per qualche idea buonista.

È politicamente scorretto, quindi, chi non aderisce alla cultura ancora dominante, sessantottarda, sinistreggiante e cosiddetta antifascista. Per la maggior parte delle persone “corrette”, dunque, l’antifascismo consiste nel tenere in vita nell’immaginario collettivo qualcosa a cui attribuire tutto il male che c’è al mondo in nome di un buonismo ecumenico e del gioco affettato del volersi bene. Qualche mulino a vento contro cui combattere senza respiro, altrimenti non si saprebbe a che santo votarsi per giustificare le proprie posizioni politiche e il proprio pensiero.

Più che il busto impolverato di Mussolini sulla scrivania di qualche nostalgico, spaventa il vero fascismo, quello odierno, fondato sul negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare il politically correct: è questa la morte della ragione con cui sacrifichiamo i nostri interessi e la nostra libertà. Bisognerebbe fissare una soglia critica oltre la quale una società non è più in grado di erogare diritti a destra e a manca, ma scivola inesorabilmente verso il collasso, l’impotenza e il caos permanente della lotta di ciascuno contro tutti.

La nostra società è ridotta ormai a un organismo in lotta per la sopravvivenza, a una nave adibita a trasportare un certo carico di diritti e libertà. Nessuno può pretendere di imporle un onere superiore alle sue forze. Chi lo fa, o è uno sciocco o un criminale, il cui vero e inconfessato scopo è provocare il naufragio. Noi, però, che siamo a bordo, accetteremo passivamente un tale destino? Il tempo delle chiacchiere è finito, ora si tratta di prendere decisioni di portata vitale.

Non possiamo farci carico di tutta la miseria del mondo, di tutte le guerre che infuriano, di tutti gli animali che muoiono, di tutte le foreste che scompaiono o di tutti i deserti che avanzano. Se non vogliamo soccombere anche noi.

Almeno fino al giorno in cui ci saremo liberati dalle truppe d’occupazione del Politicamente Corretto.

Quel giorno luminoso potrebbe essere un nuovo 25 aprile.

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Tratto da

La dittatura delle minoranze

un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, acquistabile su Amazon:
http://bit.ly/Mangiacapra

 

 

 

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Il paradosso dei sieropositivi che si scoprono buddisti, vegani e salutisti

La fauna dei social network negli ultimi anni ha dato vita a un curioso fenomeno di costume: il paradosso di alcuni personaggi sieropositivi che salgono in cattedra dichiarandosi salutisti, buddisti e vegani.

Ciò è dovuto alla circostanza che siamo arrivati – a causa della sieropropaganda innescata dalle associazioni LGBT – a concepire l’idea di contrarre l’HIV non più come un grave rischio per la nostra esistenza ma come una libera scelta, a opera di soggetti che promuovono l’idea che fare sesso senza preservativo costituisca  una libertà e non già un atto socialmente pericoloso per la collettività! Accade così che soggetti mentalmente deviati prima si beccano l’HIV perché non utilizzano il preservativo e dopo sciorinano sul web attitudini e toni da infettivologi, sociologi, sofisti, attivisti e tuttologi pur di divulgare la libertà di fare sesso senza precauzioni. Come se non bastasse, diventano buddisti, vegani, omeopati, erbivendoli e, naturalmente, iniziano a praticare lo yoga. Tanto viver sano avrebbero ben potuto applicarlo in precedenza usando un semplice preservativo.

Per quanto cinico possa sembrare, l’AIDS è stato in passato per la lobby gay una preziosa occasione per affermarsi come una minoranza vittimizzata meritevole di legittima attenzione  (il vittimismo è sempre alla base delle rivendicazioni delle lobby di minoranza). Oggi, però, la situazione è cambiata, la lobby gay è più forte e impone di sdoganare anche il concetto stesso di AIDS, esigendo di elevare pure questo a stile di vita.

Non è difficile leggere sui social network e nelle app di social dating i proclami di questi professori che accusano di essere retrograda e antiquato chi sceglie di usare il preservativo anziché la amatissima PrEP. Filosofi dipendenti da farmaci antiretrovirali che, sentendosi avanguardisti e progressisti, sono pronti a condannare tutte le tradizioni, i costumi, le norme etico-religiose e persino i criteri estetici sedimentati nella storia e nella cultura. L’Altro è sempre su un piano superiore ed è eticamente preferibile. Si arriva al feticismo dell’allofilia. Tutti gli elementi culturali provenienti da civiltà non occidentali, le culture extraeuropee, le religioni non cristiane, l’Islam, la cultura green, l’ecosostenibile, sono eticamente migliori. Vengono proposti come preferibili, benvenuti, giustificati, tutti i modelli di vita alternativi, l’etnochic, il burger di quinoa equosolidale, il buddismo in primis.

L’aspetto paradossale di questi sieropositivi che si reinventano salutisti dopo aver perso la propria salute, è che mentre consumano alimenti biologici, km 0, green, equo e solidale e altre simili fesserie, alla fine pisciano i microrganismi dei loro farmaci antiretrovirali.

Non si dovrebbe, infatti, prescindere dal tenere contezza degli effetti dell’inquinamento comportato dalla produzione dei farmaci antiretrovirali. Bisogna considerare che negli ultimi anni le concentrazioni, anche nelle acque potabili, dei residui dello smaltimento industriale stanno crescendo a dismisura, soprattutto in Africa, dove gran parte della popolazione è sieropositiva. I prodotti di scarto dei farmaci vengono sversati direttamente nei bacini acquiferi e sono responsabili spesso delle resistenze batteriche o virali. Praticamente chi assume farmaci antiretrovirali fa danni anche pisciando!

Mentre pisciano nei nostri fiumi, laghi e mari questi soggetti si vantano di essere vegani, ecologisti e buddisti.

Sarebbe sicuramente più onesto da parte di queste persone evitare di spacciare per ascetismo la loro scelta pratica: la dieta salutista è, infatti, per i sieropositivi una necessità per ridurre gli effetti collaterali dei farmaci che sono costretti ad assumere.
Nonostante la propaganda della dolce vita sieropositiva tenti di spacciare i farmaci antiretrovirali per caramelle, in realtà gli effetti collaterali possono essere molto inficianti. Passano da anemia, vomito, vertigini, disordini metabolici, disturbi dell’umore, sonnolenza, alopecia fino ad arrivare alla distruzione dei muscoli con diminuzione della forza e comparsa di dolori, problemi gravi al fegato e ai reni, neuropatie, osteoporosi, epatite, pancreatite, cardiopatie.

La tendenza al buddismo è, poi, facilmente giustificata da un’esigenza del rifugio nella religione dovuto alla paura della morte. Nonostante i Soloni dell’associazionismo LGBT tentino di imporre a fuoco e fiamme il pericoloso slogan “tanto ormai non si muore più di AIDS“, in realtà di AIDS si muore, eccome!

Qualcosa sta sfuggendo di mano a molte associazioni che, con il pretesto di combattere le discriminazioni verso le persone sieropositive, di fatto stanno innescando una promozione alla diffusione e al culto del sesso senza preservativo e della “dolce vita sieropositiva”. Il mantra spesso ripetuto nelle loro campagne ottiene l’effetto, sempre di più, di distrarre le nuove generazioni dall’utilizzo del preservativo come mezzo di contrasto al contagio.

La formuletta U=U, legittimamente creata con l’intento di non discriminare le persone sieropositive in terapia, si è progressivamente trasformata in un abuso dove l’idea (presumibile) di non trasmissibilità del virus è diventata, automaticamente, diritto a non usare il preservativo! Dunque, U=U più che un invito alla non discriminazione (originario, encomiabile motivo del conio di questa formula), è oggi inteso in maniera fuorviante come sollecitazione a non usare il preservativo, proprio perché, spesso, chi invoca questa formula, lo fa con l’intento di dissuadere il partner sessuale dall’utilizzo di precauzioni.

In realtà, l’unica formula salvavita che dovremmo tutti imparare e ripetere a memoria è:

BB + CHEMS = HIV

Le ricerche per vaccini e cure vanno avanti da anni ma, concretamente, siamo ben lungi dall’aver sconfitto il virus. Alla lobby gay sieropropagandista, però, fa più comodo innescare nella società l’idea che l’AIDS non sia più un’urgenza e che da sieropositivi si viva benissimo e senza alcuna complicazione. Per diffondere questa menzogna i sieropropagandisti si approfittano dell’ignoranza scientifica delle masse in merito all’AIDS, distorcendo alcune nozioni.

Il problema, sia chiaro, non è la libera e insindacabile scelta di diventare buddisti e optare per una dieta vegana ma è pretendere, poi, di salire sul pulpito per dare lezioni di vita, salutismo ed etica rivendicando la superiorità morale del proprio stile di vita.

Indubbiamente ciascuno è libero di assegnare alla propria salute un diverso livello d’importanza, di drogarsi e di beccarsi l’HIV. Chi non si preoccupa della propria salute, perché l’ha già persa, non dovrebbe arrogarsi il diritto, però, di discutere di quella altrui né delle libertà dannose per la salute pubblica che, evidentemente, libertà non sono, ma solo pericoli sociali che, con l’arma del politically correct e con lo scudo della discriminazione, si pretende di spacciare per emancipazione.

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
http://bit.ly/Mangiacapra

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L’ossessione politicalcorrettista per le negre nei remake Disney

 

Una volta nei film Disney le negre erano schiave o cameriere. Ora le fanno fare le padrone.

Nel remake disneyano in live action di “Lilli e il vagabondo”, il ruolo della padrona della cagna, diversamente dalla versione originale, è interpretato da un’attrice negra. Ora, ben lungi dal voler essere razzisti, dobbiamo pensare che la storia raccontata nella pellicola è ambientata nel secolo scorso, quando certamente le coppie etnicamente miste non esistevano. La scelta di affidare il ruolo della padrona a una negra è dunque un esercizio forzato di quel politicalcorrentismo sinistro-salottiero-borghese che spinge la nostra società a cancellare e riscrivere la storia. Una tendenza che non ci rende più inclusivi, ma soltanto più ignoranti.

Si arriva, così, all’obbligo morale per la Disney di riscrivere i classici producendo dei remake dove è sempre un’attrice negra a interpretare la sirenetta e con un elefante Dumbo in versione buonista ed ecologista.

Se la sirenetta iconicamente è una ragazza con i capelli rossi, perché privare i fan di questo elemento?

Nel frattempo si applica un doppio standard: Jasmine nel nuovo film live action di Aladdin viene comunque scelta con un aspetto medio orientale e le voci dei leoni nel nuovo “Il Re Leone” sono comunque afroamericane. Perché allora anche Ariel non poteva rimanere una giovane dai capelli rossi e gli occhi blu?

Ancora, in “Lilly e il vagabondo”, viene eliminata l’iconica scena con i gatti siamesi: a quanto pare la macchietta dell’asiatico che parla con la “L”, sarebbe un abominevole atto di discriminazione!

 

 

 

La scure del politicamente corretto non colpisce solo la Disney. L’amata serie dei Simpson subisce l’abolizione d’imperio di un personaggio molto caro, il gestore indiano del minimarket di Springfield che, con la sua pronuncia oramai diventata leggendaria, offenderebbe con intento
disgustosamente razzista la dignità degli indiani!
Il risultato di questa revisione moralistica della storia,
dell’arte, della filosofia e della letteratura, del costume, oltre l’esito grottesco, è un’istigazione all’ignoranza; il tutto nel nome dell’umanità e della tolleranza. Fare la guerra a fenomeni del passato con gli occhi ideologici del presente è un errore ed è la manifestazione di questa tendenza ad affermare verità totalitarie, sottratte alla discussione. I fatti andrebbero storicizzati, non aboliti per decreto.
La strada verso il politically correct è stata lunga e tortuosa anche per la Lego che, per mostrarsi al passo con i tempi, aveva audacemente provato a lanciare l’omino in sedia a rotelle. A pochi giorni dalla presentazione del nuovo personaggio, però, le
polemiche sono arrivate a pioggia: era anziano, mentre la disabilità può colpire anche i giovani e a spingerlo era una badante donna.

Non basta: assistiamo oggi al revisionismo di regime, al sistematico annichilimento della Storia e alla sua radicale svalutazione. Al tentativo di cancellare, distruggere fisicamente o scaraventare nella pattumiera dell’oblio e della pubblica riprovazione, secondo un modello in auge nelle dittature, tutto ciò che in essa dà fastidio a un presente impoverito, intimorito dal confronto, pervaso dal sacro fuoco di processare, giudicare e condannare con i suoi criteri e la sua onnipotente presunzione ogni precedente accadimento, idea, dichiarazione, testo, comportamento.

Se realmente dovessimo giudicare con i criteri etico-politici di oggi i classici della cultura occidentale allora non si dovrebbe leggere Moby Dick perché offende gli animalisti; né Pippi Calzelunghe, pedagogicamente pericoloso; né I tre moschettieri, irrispettoso sul fronte delle quote rosa. Finiremmo, così, per trasformare la letteratura in una sterile tassonomia di tematiche più o meno traumatizzanti.

Censurare e riscrivere il passato blinda il presente, i suoi criteri di giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo, persino bello-brutto. L’arte prodotta in un ben preciso periodo storico pertanto non può essere piegata ai valori della contemporaneità: il rischio consiste nel perdere di vista il contesto storico di riferimento.

Impegnati a fiutare ossessivamente ogni traccia di razzismo immaginario stiamo perdendo ogni capacità reattiva di fronte
alla sbalorditiva stupidità censoria dell’ideologia del politicamente corretto. Essa non si limita a essere un attacco alla libertà, ma è anche un attentato all’intelligenza, al senso dell’umorismo, allo spirito critico, al senso delle proporzioni e, persino, al buon senso.

Alla luce di tali riflessioni, non si comprende questa forzata e infruttuosa negrizzazione di una pseudo posizione dominante che di tanto audace e pioniera nulla ha, se non il carattere storiografico. Creiamo piuttosto nuovi cartoni, ambientati al tempo d’oggi e vedremo come ci piaceranno così come piacevano i classici Disney ai signorotti borghesi e ai piccoli amici negretti che li guardavano con grande voglia, unica e vera fonte di svago e di fantasie perdute.

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
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Il Coronavirus nella dittatura delle minoranze

La democraticissima intellighenzia di sinistra che da ottant’anni si vanta di aver spazzato via il fascismo, si compiace di essere fautrice dei diritti civili che i totalitarismi (talvolta) negano, ma – paradossalmente – nel caso di una pandemia come quella del Coronavirus mutua all’occorrenza il modello di dittatura liberticida come riferimento utile per la gestione dell’epidemia.

Il progressismo falsamente democratico innescato dalla dittatura delle minoranze ha comportato una deresponsabilizzazione sociale: «sei obeso? vai bene così, è una forma alternativa di bellezza»; «sei asessuale? ti accettiamo come sei»; «ti senti donna ma vuoi restare uomo, pretendendo comunque di cambiare il nome sui documenti? ti accontentiamo»; «Hai l’HIV? Non c’è problema, tanto ormai non si muore più…»; «Hai il Coronavirus? Giammai violerei il tuo diritto a circolare liberamente a scapito della collettività».

Sulla scorta del permissivismo rivendicato dalle minoranze, nessuno più ormai comprende che non sempre si può fare tutto ciò che si vuole. Si è così perso il concetto che a ogni azione corrisponda una conseguenza ed è così che si sono messi in moto dal nord al sud facendo scoppiare una pandemia.

Il catechismo della dittatura delle minoranze impone una forma di libertarismo biopolitico, ossia l’idea dell’equivalenza tra desideri e diritti per cui ogni tipo di repressione è sbagliata, è vietato vietare: una madre che dica “no” al figlio che vuole la Barbie, teme di passare per autoritaria, anzi regalare bambole ai maschietti e pubblicare il video su Facebook rende genitori modello; una maestra che rimproveri un bambino, ha paura di traumatizzarlo; un genitore che osi pronunciarsi contro l’abolizione della festa del papà o della mamma, nella classe di suo figlio, pensa di passare per prepotente, insensibile, egoista. A questo punto scatta allora il ricatto morale: se si è contrari al buonismo, se si è indisponibili al permissivismo e alla munificenza all’ingrosso, si rischia di finire alla berlina, esposti alla disapprovazione di tutti.

Qualunque tentativo di passare dal soggettivismo all’oggettivismo viene bollato come offesa. L’unica dottrina universale deve essere il relativismo radicale e da qui il conflitto passa sul piano emotivo. Se si sollevano questioni sull’immigrazione incontrollata, per esempio, il discorso politicamente corretto non risponde con argomenti razionali o pragmatici, ma definendo direttamente i suoi oppositori fascisti e razzisti.

L’inclusione a tutto campo porta al relativismo etico con la conseguenza illogica che, partendo dalla premessa astratta per cui tutte le idee e i comportamenti sono uguali, si arriva alla conseguenza concreta che esiste un solo modo politicamente corretto di parlare, vestirsi e comportarsi: quello che – secondo i sacerdoti di tale dottrina – risulterebbe non offensivo per gli altri!

Ciò degenera nella perdita dell’identità culturale, porta al prevalere di logiche esasperate di tipo individualistico ed egoistico, basate sulla rivendicazione di sempre nuovi diritti da parte del singolo, a scapito della efficienza, della solidità e della continuità dell’intero gruppo sociale.

Il paradosso, però, è che nella presunta sdoganata libertà di definire volta per volta tutto e tutti, si è andata assolutizzando una certezza: la contrapposizione tra l’oscurantismo di chi resiste a queste logiche e l’illuminazione dei seguaci più zelanti del politically correct. La contrapposizione che emerge è a dir poco dogmatica: il relativismo si fa assoluto.

Il fondamentalismo universale è l’effetto diretto di questo relativismo. Sul piano sociale questo fenomeno si traduce nel “multiculturalismo” che impone una convivenza sociale in cui non c’è dialogo per individuare i valori comuni, ma separatismo (il contrario del pluralismo). La cultura occidentale in quanto tale, viene progressivamente condannata come strutturalmente imperialista, colonialista, sfruttatrice, produttrice di discriminazioni. Tutto ciò che appartiene al canone occidentale è male.

In quest’ottica, diventano condannabili tutte le tradizioni, i costumi, le norme etico-religiose, persino i criteri estetici sedimentati nella storia della cultura di origine europea. L’Altro è sempre su un piano superiore ed è eticamente preferibile. Si arriva al feticismo dell’allofilia: tutti gli elementi culturali provenienti da civiltà non occidentali, le culture extraeuropee, le religioni non cristiane, l’Islam, la cultura green, l’ecosostenibile, sono eticamente migliori. Vengono proposti come preferibili, benvenuti, giustificati, tutti i modelli di vita alternativi, l’etnochic, il burger di quinoa equosolidale, il buddismo in primis, il più amato da gay e gente dello spettacolo. Si avverte l’impegno su più fronti per una “rieducazione” alla civiltà, che dovrebbe produrre assoluta libertà e uguaglianza, mai raggiunte dalle dottrine ideologiche classiche.

Soprattutto, si dilata a dismisura lo spazio dei diritti, a scapito dei doveri e del senso del dovere: in questo modo si lascia la porta aperta ai peggiori virus.

Tratto da La dittatura delle minoranze, un libro di Francesco Mangiacapra

edito da VeriTas Edizioni, disponibile su Amazon e in tutti gli store:
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Solidarietà a Don Salvatore Giuliano, capro espiatorio del fanatismo animalista

La mia solidarietà a Don Salvatore Giuliano, parroco napoletano che a seguito della bella iniziativa di riportare in piazza il presepe vivente, è diventato capro espiatorio del fanatismo animalista che pretenderebbe di vedere anche in questa tradizione un insopportabile sfruttamento degli animali. Condannare un presepe vivente per la presunta sofferenza delle bestie è comico, ma diventa tragico se a sostenere questa battaglia contro i mulini a vento compaiono esponenti delle istituzioni partenopee, evidentemente in cerca di facile visibilità e pubblicità. Il fanatismo animalista stupidamente critica un presepe vivente, perché per qualche giorno alcuni animali verrebbero posti al freddo, come se tutti gli altri animali del mondo vivessero in casa con i termosifoni.
Proprio in questi giorni gli stessi animalisti non smettono di rompere il cazzo su Facebook per i botti di Capodanno che darebbero fastidio ai cani. Il dramma di questo animalismo, alla fine, è che invece di accrescere la nostra conoscenza della realtà animale, impoverisce la nostra esperienza della realtà umana. Questo favorisce la nascita di pseudo-antropologie come quella dei diritti degli animali. È a causa degli animalisti se siamo sempre meno in grado di pensare seriamente a chi è davvero l’uomo. In fin dei conti, i principali nemici degli animali sono proprio gli animalisti.
Qualunque azione umana sottende
inevitabilmente in maniera più o meno diretta l’utilizzo di risorse animali: ritenere alcune forme di sfruttamento più eticamente plausibili di altre costituisce una pericolosa forma di cecità
selettiva basata su ignoranza scientifica e discriminazione ideologica.
Purtroppo sempre più spesso l’affezione alle bestie da parte di molte persone è ormai diventata una professione cieca, un patologico surrogato dell’amore, del rispetto, delle attenzioni e del tempo che, invece, dovrebbero essere meglio investiti per relazionarsi con il genere umano.
L’attaccamento e il rispetto per gli animali dovrebbero essere un corollario all’amore per l’uomo, non già un rimpiazzo. Alcuni individui, invece, delusi e sconfitti dalla difficoltà di rapportarsi con i propri simili si rifugiano e si confinano nell’amore per le bestie, con cui è ben più semplice confrontarsi, data l’assenza di intelletto e libero arbitrio in queste ultime. Le umanizzano e finiscono per attribuire loro sentimenti e mansioni umane. È un sentimento per gli animali nato dalla consapevolezza che l’amore per le persone non è meccanico, che si può essere traditi, che bisogna sacrificarsi per esso, che non è detentivo e dal rifiuto – per paura, per debolezza – di quest’evidenza,
con conseguente ricaduta del bisogno di amare sui quadrupedi che, invece, tante pretese non hanno, non possono scappare se non a loro scapito, e possono essere tenuti (loro malgrado)
chiusi in casa.
Bisognerebbe piuttosto imparare ad amare gli animali per ciò che sono, vedere in essi una compagnia, un ausilio – talvolta anche una terapia – ma ricordando sempre che solitudine e frustrazione vanno risolte imparando a correlarsi con la specie
umana, non posponendo l’uomo alla bestia. Paragonare il proprio cane a un bambino, preferirlo a esso, è il simbolo di una chiara incapacità comportamentale e mentale. Umanizzare l’animale appiccicandogli addosso l’archetipo umano di partner o
di figlio che le proprie capacità, fisiche o mentali, non sono riuscite a conseguire, è un atto di violenza, non d’amore.
Deve essere ben chiaro, però, che il fanatismo animalista di qualcuno
non
può arrivare a minacciare la collettività. Smettiamola di scolpire momenti di sciatteria consegnandoci a modelli che sono un vero e proprio surrogato
della dimensione religiosa. Non lasciamo la mente a maggese e
usiamo gli strumenti a nostra disposizione per dividere modernità e grottesco.

Lettera aperta a Mons. Gennaro Pascarella, Vescovo di Pozzuoli: ammetta che nessuno ha pagato per il mio silenzio, oppure mi denunci.

Non c’è nulla di nascosto che non venga annunciato sui tetti
Lc. 12,3

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Eccellenza Reverendissima Gennaro Pascarella,

il disorientamento causato nella comunità dei fedeli della Curia di Pozzuoli, dall’allontanamento repentino apparentemente immotivato e del successivo reintegro di un parroco Suo sottoposto, richiede dei chiarimenti che solo Sua Eccellenza può fornire per poter porre fine a un turbamento ormai diffuso, fomentato anche dai dubbi sollevati dalla stampa e ormai generati nella intera comunità.

Da settimane, a seguito del misterioso reintegro del parroco precedentemente coinvolto in una vicenda scandalistica di natura omosessuale, continuo a ricevere da parte di diversi fedeli della Sua diocesi messaggi di insoddisfazione per come si sia conclusa la vicenda e, soprattutto, per come il parroco in questione abbia gestito il suo ritorno in parrocchia, affermando dal pulpito di essersi spontaneamente allontanato, confondendo gli animi e le coscienze, mistificando la verità e mettendo alla berlina chi si poneva dei legittimi e mai chiariti dubbi.

Mentre i messaggi che ricevevo in passato erano di ringraziamento per aver fatto emergere questa criticità, attualmente essi mi accusano di disinteressarmi del prosieguo della situazione, insinuando addirittura che qualcuno mi abbia ricompensato per estraniarmi da ogni forma di commento circa la bizzarra e poco chiara gestione del caso da parte della Curia di Pozzuoli. Mi trovo quindi costretto a riprendere pubblicamente il caso, chiedendo a Sua Eccellenza Reverendissima di chiarire pubblicamente la questione, specificando che nessuno ha pagato per il mio silenzio e chiarendo soprattutto a cosa invece è dovuto il Suo silenzio! 

Molti fedeli a causa di questa vicenda hanno perso fiducia nella Chiesa che Lei rappresenta e anziché rivolgersi alla Curia, interpellano me, che mi sento comunque coinvolto nel dover dare delle risposte, allorquando mi si accusa ingiustamente di connivenza o di scarso interessamento verso questa tristissima conclusione. Tanto le chiedo, non per spirito di accanimento ma per tutelare la mia personale dignità in quanto, come lei ben sa, non ho mai speculato su nessuna delle mie denunce; e tanto è dovuto alla comunità dei fedeli disorientati.

Ciò che stupisce, relativamente alla Sua gestione della vicenda che ha riguardato questo scandalo sessuale nel quale sono stato coinvolto insieme a un parroco della Diocesi di Pozzuoli, è proprio l’assenza di chiarimenti in merito ai provvedimenti presi da parte del Vescovo, relativamente a un processo canonico nel quale sono stato chiamato a testimoniare proprio da Sua Eccellenza Pascarella ma il cui esito, che avrebbe dovuto accertare la verità dei fatti, non è mai stato reso noto, nonostante le ammissioni da parte del prete interessato.

Non potrà non riconoscere, Sua Eccellenza, la mia onestà intellettuale, come per esempio nel caso che nel 2017 aveva visto coinvolti don Varriale e don d’Orlando, in un falso scandalo sessuale che fu poi chiarito proprio anche grazie al mio contributo. La Procura della Repubblica dispose un sequestro nelle abitazioni dei due sacerdoti per poi scoprire, dopo pochi mesi, che non c’era nessun reato. Nel frattempo anche l’indagine ecclesiastica, partita da una denuncia anonima e senza prove, si concluse con un nulla di fatto: non mi si potrà dire di non essere stato in quella occasione coerente e solerte nel difendere la totale estraneità dei due sacerdoti, favorendo anche la loro attuale costituzione di parte civile in un attuale processo penale  a carico di terzi dove anche io stesso sarò testimone.

Mi domando però perché sua Eccellenza Pascarella non chiarisca mai le situazioni creando lui stesso situazioni dubbie. All’epoca dello scandalo del 2017, a Napoli, don d’Orlando fu sospeso dal Cardinale Sepe, salvo poi essere reintegrato con tanto di decreto arcivescovile recentemente pubblicato sul bollettino diocesano nel quale si sottolinea l’infondatezza e l’estraneità alle accuse.

Se, allo stesso modo, anche nel caso dell’attuale vicenda che vede coinvolto un parroco della diocesi di Pozzuoli, tutto si è risolto, perché Sua eccellenza Pascarella non fa altrettanto pubblicando il decreto di reintegro? Il paradosso è che mentre d’Orlando nonostante le accuse infondate del 2017 non è tornato nella stessa parrocchia, invece dopo appena un anno monsignor Pascarella fa sì che il sacerdote suo sottoposto – del quale ancora continua a tutelare l’identità – ritorni proprio nella stessa parrocchia che è stata testimone di una incresciosa vicenda. Ritengo che sarebbe necessario, anche per Pozzuoli, così come è stato fatto per Napoli, che la Curia rendesse pubblico il risultato di un’indagine in cui sono stato coinvolto come teste e per la quale i fedeli oggi mi accusano di connivenza.

Se poi l’indagine si fosse curiosamente conclusa positivamente a favore del sacerdote, sarebbe allora ancora più opportuno pubblicare un decreto di totale estraneità alla vicenda affinché i fedeli smettano di diffidare non solo del parroco ma dell’operato stesso del Vescovo.

Se a Napoli per una denuncia anonima si è deciso di sospendere un prete il cui nome era diventato pubblico, e di continuare a tenerlo in castigo anche dopo averne accertato l’innocenza, a Pozzuoli invece il garantismo di Mons. Pascarella fa sì che un presbitero per il quale è stata presentata una denuncia circostanziata – da un accusatore ritenuto unanimemente credibile – continui a operare proprio a contatto con una categoria particolarmente sensibile come i giovani.
Quasi un’autorizzazione, come fosse cosa buona e giusta per un sacerdote continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si è.

L’inerzia da parte di Mons. Pascarella è grave: crea una falla perché permette di continuare a operare a una persona che moralmente non si comporta secondo i dettami di una dottrina alla quale appartiene e a cui ha scelto liberamente di aderire. Una falla che permette a ogni prete di sentirsi libero di fare ciò che vuole finché il suo nome non diventa pubblico e di vedersi tutelato dai suoi superiori.

Il sapore omertoso della gestione di questa vicenda non aiuta i credenti a metabolizzare un allontanamento seguito da un ritorno in parrocchia che sempre più appare misterioso e che poco si concilia con la politica di chiarezza e onestà auspicata dal Santo Padre.
Pettegolezzi e dubbi su questa vicenda, se non chiariti, continueranno a logorare la dignità delle persone coinvolte, una dignità che solo la chiarezza delle parole del Vescovo può riscattare.

Se l’allontanamento del sacerdote che Lei continua a proteggere è stato spontaneo, se non è dovuto all’esistenza di scandali, di segnalazioni, di materiale in possesso della Curia, se non esiste nessuna indagine ecclesiastica a carico del presbitero, se io stesso non sono in possesso di lettere di convocazione a Suo nome in merito a un processo canonico che ha visto coinvolto il sacerdote, è dovere del vescovo difenderne il buon nome. Se le mie affermazioni, il materiale da me prodotto e le mie testimonianze sono false, perché non sono stato denunciato dal sacerdote in questione e dalla Curia?
Se invece il sacerdote fosse stato sospeso per motivi legati a qualche scandalo, sarebbe dovere del Vescovo esprimere la verità al popolo di Dio e, soprattutto, sarebbe deludente se si fosse tentato di far passare una sospensione punitiva spacciandola per una richiesta di allontanamento spontanea, come il sacerdote ha affermato al suo ritorno in parrocchia.
Soprattutto, se l’allontanamento spontaneo del presbitero non fosse legato a nessuno scandalo a sfondo omosessuale, ora che il dubbio è stato sollevato e che pervade gli animi dei fedeli, è dovere pastorale del Vescovo intervenire a difesa di un suo presbitero. La difesa del buon nome di un presbitero da parte del Vescovo è fondamentale ma non deve mai limitare il diritto della comunità dei fedeli a conoscere circostanze che riguardano la vita pastorale della propria guida morale e spirituale.

Non devo certamente essere io a ricordare a Sua Eccellenza che proprio la natura del ruolo del Vescovo è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibileepískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori.  Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma infatti che con la consacrazione episcopale si raggiunge il vertice del sacerdozio, e con essa la missione di santificareinsegnare e governare.

Mons. Pascarella con il suo attuale atteggiamento si rende fautore di una Chiesa che perde di credibilità per una atavica incoerenza tra predicare e agire, una Chiesa che dovrebbe iniziare a rendersi conto che la gente non ha più quella “riverenza senza domande” nei confronti degli uomini di Dio.

I credenti sanno che la Chiesa non è una società perfetta ma che è fatta di persone: il mistero della Chiesa è un mistero umano e divino e quando prevale l’aspetto umano anche un sacerdote può sbagliare ma proprio in virtù delle fede in Gesù Cristo essi sono pronti a perdonare. Lo scandalo pone l’uomo di fede di fronte a una realtà che umanamente appare inaccettabile, che però deve essere superata da una salda visione di fede.
L’umano non è sempre perfetto, talvolta è peccatore ma è perfettibile e proprio in virtù di ciò il presule non deve temere di palesare la verità, qualunque essa sia, facendo appello a una fede fondata, sincera, che di fronte agli errori della Chiesa non si blocca perché se un credente perdesse la fede soltanto venendo a conoscenza di uno scandalo, il suo credo sarebbe ben poco saldo.

Per il resto, se un sacerdote fosse colpevole di qualche debolezza, ci mancherebbe pure che la Chiesa non perdonasse visto che questo è il mandato che le ha lasciato il Cristo. Ma il perdono presupporrebbe una presa di coscienza alla base di un pentimento, non una negazione finalizzata all’oblio del misfatto.

Il perdono presupporrebbe delle scuse pubbliche da parte di chi ha sbagliato e di chi ha avallato.
E se mons. Pascarella, da uomo di fede che crede, spera e prega, dovesse dichiarare di soffrire e di essere addolorato per l’esistenza di uno scandalo all’interno della sua diocesi, non potrebbe che ricevere il sostegno e la solidarietà della sua comunità di fedeli.

L’attuale silenzio di mons. Pascarella è un cancro che corrode l’animo dei fedeli. Il silenzio stampa è un abile espediente politico ma non è il comportamento di un pastore la cui priorità dovrebbe essere la cura delle anime.
Negare la chiarezza al popolo di Dio evitando di interfacciarsi con i mezzi di comunicazione ricorda i caratteri di un totalitarismo di certo obsoleto.
Un tentativo sicuramente fallimentare, se finalizzato a non palesare ai fedeli dei fatti sui quali bisognerebbe far luce nell’interesse di tutti.

Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.

Mons. Pascarella con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà dunque tacere la verità. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

In fede,
Francesco Mangiacapra

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