Don Crescenzo Abbate ricompare il giovedì santo: che fine aveva fatto?

Giovedì 18 aprile 2019, don Crescenzo Abbate, ex parroco di Succivo (CE), defenestrato dal Vescovo della Chiesa di Aversa, ricomparirà – a distanza di quasi due anni di silenzio – proprio ad Aversa durante la celebrazione liturgica serale in occasione del giovedì santo. Per l’occasione, don Crescenzo – per il quale ricorre l’anno giubilare della propria ordinazione – festeggerà l’anniversario di venticinque anni di sacerdozio, rinnovando alla Chiesa e ai fedeli le sue promesse. Promesse che, speriamo per i prossimi venticinque anni siano onorate meglio e più che in passato.

La messa crismale del giovedì santo è un solenne atto pubblico della Chiesa ed evidentemente consentire la presenza e il festeggiamento di un anniversario a don Crescenzo, vuole rappresentare un tentativo ufficioso per la curia di riabilitarlo o, forse, un termometro per testare la temperatura delle opinioni dei fedeli rispetto al passato scandalo che lo aveva coinvolto.

La sospensione dal ruolo di parroco per don Crescenzo, era avvenuta infatti a seguito dell’affiorare sulle pagine di cronaca di un increscioso incidente seguito alla circostanza che due ragazzi gli avrebbero estorto mille euro per non diffondere un video hard di cui il prete sarebbe  stato protagonista.

E se dei larghi confini della generosità ecumenica del prete si sussurrava da tempo nel paesotto in maniera più o meno celata, ciò che è certo è che al vescovo Spinillo erano già note le tendenze e la condotta del parroco della sua diocesi, perché io stesso, un anno e mezzo prima dello scandalo avevo informato Sua Eccellenza invitandolo a svolgere le dovute indagini e a prendere gli opportuni provvedimenti.

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Ciò che è accaduto a seguito della scomparsa del prete dalla parrocchia, non è dato sapere in quanto lo stesso si è reso irreperibile, si è cancellato dai social network e ha chiesto di non essere cercato.
La posizione del Vescovo, non è mai pervenuta, al punto che non sappiamo se effettivamente sia mai stato avviato un procedimento canonico per rivedere la posizione del sacerdote, procedimento che dovrebbe essere obbligatorio date le circostanze e che, soprattutto, dovrebbe dare delle risposte concrete ai fedeli disorientati da una sparizione mai chiarita.

Nonostante ciò, don Crescenzo viene riammesso oggi a concelebrare solennemente, senza che i fedeli siano mai stati messi a conoscenza del certo lieto fine della sua vicenda.

Ma i fedelissimi di don Crescenzo, gli amici, le beghine, non temano: giovedì santo non resterà l’unica occasione per rivedere il prete!

Per la gioia di chi volesse manifestargli solidarietà e stima, ho scoperto l’attuale ricovero del sacerdote, che con piacere rivelo in esclusiva per il mio blog.

Don Crescenzo Abbate è attualmente ospitato a Napoli presso i Padri Missionari Vincenziani ai Vergini, nel rione Sanità al Borgo Vergini, proprio nel Complesso Monumentale Vincenziano in Via Vergini n. 51. L’accogliente Casa religiosa “ACCOGLIENZA VINCENZIANA” è un complesso monumentale del XVII secolo completamente ristrutturato, al centro di Napoli, vicino al Duomo di San Gennaro e facilmente raggiungibile in metropolitana.

Possiamo garantire che Don Crescenzo si mantiene, fortunatamente, in splendida forma, sempre amante della disciplina fisica, dell’ordine, dell’igiene personale e del bel vestire.

Chi volesse trovare da lui una parola di conforto, oggi sa dove trovarlo.

 

 

 

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CHEMSEX: drogarsi e infettarsi l’HIV è moda (e modello da seguire). E i sieropositivi dell’associazione PLUS organizzano un convegno per insegnare a drogarsi meglio.

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Qualcosa sta sfuggendo di mano alle associazioni LGBT con la moda del CHEMSEX.
Chiariamolo subito, non esiste nessun CHEMSEX: la droga si chiama DROGA e i drogati si chiamano drogati. Edulcorare il linguaggio comune recependo etichette anglofone è solo un espediente per tentare di avallare e giustificare determinati fenomeni sociali dannosi per la salute e per la collettività, non è progresso ma regresso.
In una società civile è assurdo che un circoletto di sieropositivi possa organizzare – come è accaduto a Roma – convegni dove si insegnano le persone a drogarsi meglio e a coordinare l’uso di droghe e di farmaci: questa è promozione delle droghe e non certamente tentativo di riduzione del rischio. Parlare di droghe senza invitare le persone dipendenti a smettere di drogarsi, parlare di droghe senza biasimarne l’utilizzo e la dipendenza, senza evidenziarne la pericolosità sociale, NON è riduzione del rischio ma PUBBLICITÀ REGRESSO.
Non si tratta di voler essere proibizionisti ma di voler educare la società e le nuove generazioni a mantenere integra la propria salute anziché a negoziarla sempre di più al ribasso. E neppure si può equiparare l’utilizzo di droghe – che è un comportamento lesivo per la propria salute, per la collettività e che avalla il racket – alle libertà sessuali e all’autodeterminazione delle persone.

Esistono dei limiti alla libertà e all’autodeterminazione: la salute e la legalità. E di questi limiti dovrebbero essere custodi non solo le istituzioni ma ogni cittadino, in quanto contributore di quel sistema sanitario che poi cura chi decide – a discapito economico della collettività – di drogarsi e ammalarsi.

Ma se giocare con la salute altrui è grave, lo diventa ancor di più se a permettere che ciò accada è chi la propria salute l’ha persa. L’associazione di sieropositivi PLUS (una onlus che percepisce fondi da una casa farmaceutica che produce farmaci antiretrovirali) organizza nel 2019 un incontro per diffondere informazioni sull’uso di droghe durante il sesso. Nessun invito a smettere di drogarsi, al contrario l’auspicio a non discriminare chi si droga e – soprattutto – tante informazioni per drogarsi meglio. L’esperto di droghe spiega per bene come funzionano le sostanze e come vanno assunte nel modo giusto: “un bravo utilizzatore di droga è anche molto bravo nell’utilizzare altri farmaci” e quindi viene spiegata l’utilità di coadiuvare le varie droghe con gli antipsicotici e con i farmaci per la disfunzione erettile che consegue dall’utilizzo di droghe. “La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”.
A corollario, una applauditissima testimonianza di un sieropositivo drogato inglese che spiega come il problema non siano le sostanze stupefacenti ma che, al contrario, la droga aiuti a superare alcuni problemi di natura sessuale e relazionale, rendendo tutto più “sexy“. Non mancano cenni storici sulla cocaina e sulla provenienza e sulla diffusione geografica delle droghe.

QUI per vedere il video dell’evento.

Tanto accade nel 2019, in Italia, in un convegno organizzato da un’associazione di sieropositivi organizzati.

Sandro Mattioli, fondatore della stessa associazione, già qualche mese fa redarguiva su Facebook un utente che aveva definito “una porcata” l’uso di droghe o di viagra (evidentemente non prescritto). Non solo non stigmatizza l’utilizzo di droghe ma – paradossalmente – rimprovera chi etichetta negativamente queste “pratiche”, come se non fossero lesive della salute personale e collettiva!

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La loro ignobile propaganda vorrebbe innescare nell’immaginario collettivo l’idea che l’utilizzo di droghe e il sesso non protetto debbano rappresentare una libera e rispettabile scelta alternativa di vita salutare; vorrebbero spacciare i farmaci antiretrovirali per caramelle (mistificandone i gravi effetti collaterali) allo scopo di imporre il modello di bel vivere sieropositivo come una salvifica alternativa alla supposta frustrazione di usare il preservativo.

Vorrebbero riempirci la testa con gli slogan della loro campagna di disinformazione mediatica, come se l’alea di possibilità tra infettarsi o meno rappresenti quasi una scelta consenziente e utile e come se la differenza tra infettarsi o meno non sia quella di rovinarsi con una condanna a vita.

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“Se ti capita di non usare il condom” recita addirittura la recente pubblicità creata da un gruppo di sieropositivi tesa a pubblicizzare un farmaco antiretrovirale come sostituto del preservativo, nonostante la stessa casa farmaceutica che lo produce si raccomandi di non dismettere il condom. Allo scopo di pubblicizzare un farmaco si arriva a spacciare il sesso non protetto come una scelta ponderabile e non già un atto socialmente pericoloso.

Dopo trent’anni di battaglie contro l’AIDS, ancora oggi la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di una lobby di sieropositivi che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da quelle associazioni che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi.

Il risultato di questo attacco è che molte persone abbassano la guardia su ciò che non dovrebbe essere mai negoziabile: la salute. Ed è a causa della propaganda del bel vivere da sieropositivi che le nuove generazioni mettono sempre più in discussione l’importanza del preservativo, unico vero presidio di garanzia di salute.

Il Sig. Mattioli, purtroppo, ci aveva già abituato a dichiarazioni poco edificanti:

«C’è una parte minoritaria di popolazione, anche gay, che non usa il condom.
Non mi interessa entrare nel merito: non lo usa o lo usa in modo incostante.
Quindi che vogliamo fare? Continuiamo a discriminare chi fa scelte difformi dalla maggioranza? Smettiamola, subito!»

Sandro Mattioli. presidente di Plus Onlus

La dichiarazione qui sopra non è uno scherzo e non è stata pronunciata nel 1977, quando non esisteva l’allarme AIDS ma purtroppo è stata realmente proferita dal presidente di un circoletto di sieropositivi organizzati.
L’aberrazione di questa dichiarazione consta proprio nell’avallo del comportamento a rischio di chi continua imperterrito a fare sesso non protetto e, peggio ancora, nel ritenere che questo comportamento sia un diritto acquisito!
Ricordiamo che sempre Mattioli aveva affermato, ironizzando probabilmente sulla salute delle persone sane, che l’effetto collaterale dei farmaci antiretrovirali sarebbe la SERENITA’ (qui per leggere l’ignobile articolo). La serenità di rovinarsi fegato e reni, probabilmente.
Mattioli e la sua cricca sono i principali fautori in Italia della propaganda del Truvada, il pericoloso farmaco antiretrovirale che da molti viene assurdamente inteso come felice alternativa al preservativo. E non possiamo sapere se e quanto sia casuale che l’associazione fondata da Mattioli sia iscritta proprio nel libro paga di Gilead, la casa farmaceutica che produce il farmaco, come possiamo leggere direttamente sul sito di Gilead Italia.

Se queste persone si fossero impegnate a utilizzare il preservativo con lo stesso ardore con cui oggi propagandano i farmaci antiretrovirali, probabilmente la loro condizione attuale sarebbe diversa. Ciascuno è libero di assegnare alla propria salute un diverso livello di importanza ma chi non si preoccupa della propria salute – perché l’ha già persa – non dovrebbe avere il diritto di discutere di quella altrui né delle libertà che inficiano la salute pubblica che, evidentemente, libertà non sono ma solo pericoli sociali che si pretende di spacciare per libertà.

“La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”: il convegno per imparare a drogarsi meglio a cura di PLUS ONLUS

Italia, anno 2019.

L’associazione di sieropositivi PLUS (una onlus che percepisce fondi da una casa farmaceutica che produce farmaci antiretrovirali) organizza un incontro per diffondere informazioni sull’uso di droghe durante il sesso. Nessun invito a smettere di drogarsi, al contrario l’auspicio a non discriminare chi si droga e – soprattutto – tante informazioni per drogarsi meglio. L’esperto di droghe spiega per bene come funzionano le sostanze e come vanno assunte nel modo giusto: “un bravo utilizzatore di droga è anche molto bravo nell’utilizzare altri farmaci” e quindi viene spiegata l’utilità di coadiuvare le varie droghe con gli antipsicotici e con i farmaci per la disfunzione erettile che consegue dall’utilizzo di droghe. “La gente non si droga perché è scema: la gente si droga perché è piacevole”.
A corollario, una applauditissima testimonianza di un sieropositivo drogato inglese che spiega come il problema non siano le sostanze stupefacenti ma che, al contrario, la droga aiuti a superare alcuni problemi di natura sessuale e relazionale, rendendo tutto più “sexy“. Non mancano cenni storici sulla cocaina e sulla provenienza e sulla diffusione geografica delle droghe.

QUI per vedere il video dell’evento.

PROGRESSO O REGRESSO? Se giocare con la salute altrui è grave, lo diventa ancor di più se a permettere che ciò accada è chi la propria salute l’ha persa.

Tanto accade nel 2019, in Italia, in un convegno organizzato da un’associazione di sieropositivi organizzati.

Sandro Mattioli, fondatore della stessa associazione, già qualche mese fa redarguiva su Facebook un utente che aveva definito “una porcata” l’uso di droghe o di viagra (evidentemente non prescritto). Non solo non stigmatizza l’utilizzo di droghe ma – paradossalmente – rimprovera chi etichetta negativamente queste “pratiche”, come se non fossero lesive della salute personale e collettiva!

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La loro ignobile propaganda vorrebbe innescare nell’immaginario collettivo l’idea che l’utilizzo di droghe e il sesso non protetto debbano rappresentare una libera e rispettabile scelta alternativa di vita salutare; vorrebbero spacciare i farmaci antiretrovirali per caramelle (mistificandone i gravi effetti collaterali) allo scopo di imporre il modello di bel vivere sieropositivo come una salvifica alternativa alla supposta frustrazione di usare il preservativo.

Vorrebbero riempirci la testa con gli slogan della loro campagna di disinformazione mediatica, come se l’alea di possibilità tra infettarsi o meno rappresenti quasi una scelta consenziente e utile e come se la differenza tra infettarsi o meno non sia quella di rovinarsi con una condanna a vita.

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“Se ti capita di non usare il condom” recita addirittura la recente pubblicità creata da un gruppo di sieropositivi tesa a pubblicizzare un farmaco antiretrovirale come sostituto del preservativo, nonostante la stessa casa farmaceutica che lo produce si raccomandi di non dismettere il condom. Allo scopo di pubblicizzare un farmaco si arriva a spacciare il sesso non protetto come una scelta ponderabile e non già un atto socialmente pericoloso.

Dopo trent’anni di battaglie contro l’AIDS, ancora oggi la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di una lobby di sieropositivi che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da quelle associazioni che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi.

Il risultato di questo attacco è che molte persone abbassano la guardia su ciò che non dovrebbe essere mai negoziabile: la salute. Ed è a causa della propaganda del bel vivere da sieropositivi che le nuove generazioni mettono sempre più in discussione l’importanza del preservativo, unico vero presidio di garanzia di salute.

Il Sig. Mattioli, purtroppo, ci aveva già abituato a dichiarazioni poco edificanti:

«C’è una parte minoritaria di popolazione, anche gay, che non usa il condom.
Non mi interessa entrare nel merito: non lo usa o lo usa in modo incostante.
Quindi che vogliamo fare? Continuiamo a discriminare chi fa scelte difformi dalla maggioranza? Smettiamola, subito!»

Sandro Mattioli. presidente di Plus Onlus

La dichiarazione qui sopra non è uno scherzo e non è stata pronunciata nel 1977, quando non esisteva l’allarme AIDS ma purtroppo è stata realmente proferita dal presidente di un circoletto di sieropositivi organizzati.
L’aberrazione di questa dichiarazione consta proprio nell’avallo del comportamento a rischio di chi continua imperterrito a fare sesso non protetto e, peggio ancora, nel ritenere che questo comportamento sia un diritto acquisito!
Ricordiamo che sempre Mattioli aveva affermato, ironizzando probabilmente sulla salute delle persone sane, che l’effetto collaterale dei farmaci antiretrovirali sarebbe la SERENITA’ (qui per leggere l’ignobile articolo). La serenità di rovinarsi fegato e reni, probabilmente.
Mattioli e la sua cricca sono i principali fautori in Italia della propaganda del Truvada, il pericoloso farmaco antiretrovirale che da molti viene assurdamente inteso come felice alternativa al preservativo. E non possiamo sapere se e quanto sia casuale che l’associazione fondata da Mattioli sia iscritta proprio nel libro paga di Gilead, la casa farmaceutica che produce il farmaco, come possiamo leggere direttamente sul sito di Gilead Italia.

Se queste persone si fossero impegnate a utilizzare il preservativo con lo stesso ardore con cui oggi propagandano i farmaci antiretrovirali, probabilmente la loro condizione attuale sarebbe diversa. Ciascuno è libero di assegnare alla propria salute un diverso livello di importanza ma chi non si preoccupa della propria salute – perché l’ha già persa – non dovrebbe avere il diritto di discutere di quella altrui né delle libertà che inficiano la salute pubblica che, evidentemente, libertà non sono ma solo pericoli sociali che si pretende di spacciare per libertà.

Don Alfonso Farina: bravo ma non s’impegna. Un po’ calante negli acuti.

Oggi vi presento una selezione di performance artistiche eseguite da don Alfonso Farina, sacerdote della diocesi di Pozzuoli (Na), molto amante della musica.

Don Alfonso Farina, tra una cantata e l’altra, è noto anche per la sua duratura amicizia con il sacerdote don Gennaro Matino, della diocesi di Napoli, il quale ha recentemente dichiarato (come si può leggere QUI) di aver costituito da 25 anni una insolita famiglia: “vivo ordinariamente con un altro sacerdote da 25 anni, io credo che sia una scelta esaltante quella di pensare di vincere la solitudine”.

E chissà delle doti canore di don Alfonso Farina cosa ne pensa Sua Eccellenza Mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli che proprio pochi mesi fa aveva allontanato un parroco per il quale era stata presentata dal sottoscritto una denuncia circostanziata.

 

 

 

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1° febbraio, un passo verso il regresso: la “Giornata Internazionale del Velo“

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Evoluzione e progresso tornano indietro ai tempi dei social network e del politically correct: se scrivi contro il Papa e contro la Chiesa tutti si compiacciono e condividono. Se scrivi contro l’Islam invece sei razzista e xenofobo. La nuova frontiera è la celebrazione della giornata mondiale del velo, giorno in cui tutte le donne, anche le non musulmane, sono invitate a indossare il velo, contribuendo così a promuovere una cultura islamica che indiscutibilmente rema contro il progresso, la libertà, la parità dei sessi.

Una cultura misogina che promuove donne costrette a vivere imprigionate in un velo che si pretende di far passare per scelta e spose bambine morte dissanguate a seguito della deflorazione. Femminicidi e lapidazioni pubbliche per adulterio che neppure fanno notizia perché costituiscono una regola incontestabile e socialmente indefettibile.

La cecità alla realtà oggettiva spinge chi avalla l’Islam per partito preso e senza cognizione di causa a ignorare l’oscurantismo, il sessismo, la misoginia, la violenza, gli abusi, la teocrazia e tutti i principi simili su cui è fondata la cultura islamica pur di giustificare una presunta possibilità di integrazione che sempre più si sta ritorcendo a discapito della nostra libertà. La nuova etichetta del politically correct? Si chiama ISLAMOFOBIA: qualunque opinione o notizia di cronaca che non faccia apologia della cultura islamica viene etichettata come razzista e islamofobica. Oriana Fallaci ci aveva visto lungo.

I musulmani non vogliono l’integrazione: vogliono la prevaricazione, l’imposizione della loro cultura sulla nostra perché si reputano eticamente superiori. Li accogliamo pensando che non siano tutti uguali e che esistano musulmani moderati; loro giustamente vengono in Europa ad approfittare di una libertà di cui non godrebbero nel loro paese. Ma ideologicamente non esiste l’islam buono e quello cattivo: ne esiste uno solo, quello dettato dal Corano che vede qualsiasi persona non musulmana un infedele, e come tale un nemico. Quell’Islam che si è diffuso sin dall’inizio, e ancora oggi, tramite imposizione, oscurantismo, violenza e misoginia. Per i musulmani l’unica LEGGE è il Corano, e qualunque altro codice è subordinato ad esso. Questo rende automaticamente incompatibile la loro convivenza in paesi che non siano confessionali islamici.
Non dubito che i musulmani che possiamo accogliere in Italia siano rispettosi, ma SONO CERTO che appena ne avrebbero occasione, non subito, finirebbero per far prevaricare quel loro senso di superiorità etica dettata dal Corano che DISCONOSCE E CONDANNA GLI INFEDELI. Sono arrivati come OSPITI, come è giusto che sia, ma adesso pretendono posizioni da padroni senza voler abdicare alla loro INCOMPATIBILE CULTURA PREVARICATRICE E MISOGINA.

Questa è la loro cultura: come possiamo parlare realmente di integrazione e di arricchimento culturale se la loro cultura pretende di non volersi piegare ai principi di civiltà e rispetto dei paesi occidentali?

I paesi islamici, le cui leggi sono basate sul Corano, sulla discriminazione, sulla misoginia e sulla prevaricazione, non ci permetterebbero di entrare in casa loro a fare i comodi nostri. Applichiamo quindi il principio della reciprocità e accogliamo i popoli nella stessa misura in cui questi accoglierebbero noi.

La guerra santa continua e qui non si parla di astrazioni per anime belle ma di avallare reati o implementare violenze di genere in nome dell’integrazione a tutti i costi: l’unico fascismo e razzismo è il negazionismo della realtà oggettiva per privilegiare il politically correct.

Questa è la morte della ragione, sacrifichiamo i nostri interessi e la nostra libertà per agevolare chi non ci rispetta.

 

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Il vaccino per l’AIDS che consente di non usare il preservativo: ecco la mistificazione della lobby sieropropagandista

 

 

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Il vaccino per l’AIDS che consente di non utilizzare il preservativo: questa l’immagine distorta, falsa, scientificamente sbagliata che la lobby sieropropagandista vuole imporre mistificando la realtà al solo scopo di indurre persone SANE ad assumere farmaci antiretrovirali, così da incitare le nuove generazioni a non utilizzare il preservativo.

Una pubblicità mistificatoria sempre più pressante per il farmaco che faciliterà e aumenterà la diffusione dell’HIV, oltre ad allevare resistenze al virus a chi ancora non è contagiato (con l’effetto di rendere più difficoltose le cure quando ci si contagerà).

Un farmaco che in realtà non evita il contagio HIV ma lo ritarda soltanto, perché abitua le persone a dismettere il preservativo.
La PrEP, ovviamente, pur NON essendo un un sostituto del preservativo è stata accolta dalla lobby dei sieropositivi dediti al sesso non protetto come una sorta di vaccino universale, mistificandone il valore e soprattutto senza tenere conto che oltre ad avere un ampio margine di inefficacia, il farmaco non protegge da altre malattie sessualmente trasmissibili quali epatite, sifilide, gonorrea, condilomi, etc.

La cultura dell’utilizzo del preservativo, frutto di ANNI DI LOTTE PER UNA CORRETTA INFORMAZIONE SESSUALE CHE HANNO PORTATO A UNA RIVOLUZIONE DELLA CULTURA DELLA PREVENZIONE, è oggi messa in pericolo dalla diffusione della PrEP e dall’uso distorto che se ne fa. E oggi, più che mai, la salute della intera collettività è sotto attacco da parte di questa lobby siero-propagandista di attivisti anti-preservativo che pretende di sdoganare l’insana pratica del sesso non protetto, avallata da personaggi che vestono di falsa lotta allo stigma i propri interessi politici ed economici per propagandare e imporre il modello della dolce vita da sieropositivi. Il bareback, che fino a oggi è sempre stato un codice tacito per identificare le persone sieropositive (dato che non esiste bareback tra persone sane, e nessuna persona sana farebbe sesso senza preservativo), diventa oggi malauguratamente una pratica messa in atto anche da chi utilizza la PrEP in maniera ovviamente sconsiderata.
Ma siccome le persone purtroppo si fidano della mera dichiarazione dell’altrui stato di salute espressa in un profilo di una chat, ecco come da oggi un qualunque UNTORE (o un semplice irresponsabile che non conosce il proprio stato di salute, come molti) può dichiararsi su Grindr “negativo in PrEP ” e trovare decine di persone disponibili ad avere un rapporto sessuale non protetto. Persone potenzialmente infette o infettabili in virtù di una sopravvenuta fiducia e di uno spirito di negoziazione della propria salute derivanti proprio dalla diffusione della PrEP, o meglio dall’inevitabile utilizzo distorto che i gay ne hanno fatto. Il tutto coadiuvato dal fatto che alcune chat per gay come Grindr consentano di indicare il proprio stato di salute tra le voci del profilo in maniera del tutto arbitraria e libera, con la conseguenza di innescare negli utenti un pericoloso senso di fiducia basato sulla mera dichiarazione dell’altrui stato di salute.
Si comprende così come facilmente la diffusione della PrEP (o in molti casi anche la semplice dichiarazione in chat di assunzione della PrEP, che non sempre corrisponde alla realtà), abbia portato ad un aumento esponenziale della diffusione di altre malattie sessualmente trasmissibili ma anche di contagi di HIV stesso.

Al netto di tutte queste considerazioni, non dobbiamo dimenticare che la PrEP è un farmaco antiretrovirale vero e proprio, la cui assunzione a lungo termine comporta delle conseguenze per l’organismo, di cui solo alcune sono fino a ora note (dato il breve lasso di tempo in cui è stato testato).

TUTTI I soggetti che assumono la PrEP sono disposti ad avere rapporti sessuali senza preservativo (diversamente se usassero il preservativo, non avrebbero interesse a rovinarsi la salute assumendo un farmaco che è ben più fallibile del preservativo stesso): Il nesso di causalità tra non utilizzo del preservativo e incidenza delle MST è automatico (e noto a tali soggetti).

Mons. Renna: salta la sua nomina di Arcivescovo di San Giovanni Rotondo. Quanto ha influito lo scandalo di Candela?

Padre Franco Moscone è stato nominato da Papa Francesco Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo: questo è quanto il Vaticano ha reso noto oggi. L’arcidiocesi pugliese era da molti mesi una sede vacante, dopo la dipartita dell’Arcivescovo precedentemente reggente ma, provvisoriamente, Mons. Luigi Renna era stato nominato amministratore apostolico temporaneo.
È prassi consolidata che la reggenza di arcidiocesi particolarmente importanti, venga affidata a pastori che abbiano un a comprovata esperienza, come quella di Mons. Renna, al quale non a caso era stata affidata l’amministrazione temporanea, che in molti casi è l’anticamera della nomina ad Arcivescovo; pertanto la nomina di Mons. Renna, seppur non automatica, sarebbe stato certamente il passo successivo, atteso dai più attenti e – probabilmente – dallo stesso Vescovo.

Altro indizio che ci aveva persuaso dell’imminente trasferimento dal sapore di promozione per Mons. Luigi Renna, era stato il conferimento della Cittadinanza Onoraria di Ascoli Satriano che, di norma, si riserva ai Vescovi uscenti.
E, non a caso, di questa nomina si vociferava già all’inizio dell’estate 2018 – momento in cui tutti già attendevano la designazione del nuovo Arcivescovo per il cinquantesimo anniversario della morte di Padre Pio – poco prima che fortuitamente scoppiasse lo scandalo delle foto compromettenti che ritraevano don Michele de Nittis nella casa canonica della parrocchia di Candela (FG).

Lo scandalo di Candela non arrivava esattamente nel momento più propizio: proprio relativamente allo scandalo, la tattica adottata da Mons. Renna per attutire i danni si era concretizzata in un suo ormai noto invito al silenzio.
Certamente non sappiamo quanto abbia effettivamente influito nella valutazione di questa strategia l’ambizione all’avanzamento di carriera da parte di Mons. Renna, che solo in un momento successivo aveva deciso di prendere una posizione più netta rispetto all’iniziale invito a tacere rivolto ai fedeli. Neppure sappiamo quanto abbia concorso il risalto mediatico dello scandalo, a cui ha senza dubbio contribuito il coraggio di qualche giornalista locale e l’attenzione del sottoscritto, apostrofati proprio da Mons. Renna che nell’omelia di commiato a don Michele de Nittis si era espresso senza mezzi termini: “il Vescovo non ammette di prendere lezioni né da giornalisti né da chi ha una vita che diverge da quella del Vangelo, e spero che anche voi non prendiate lezioni, se non da chi siede sulla cattedra della Croce”.

Tutto ciò che sappiamo è che la nomina da parte del Papa per l’importante Arcidiocesi pugliese – a cui qualunque Vescovo avrebbe ambìto – si è orientata verso una persona umile quale Padre Franco Moscone, che forse potrebbe rappresentare uno smacco per Mons. Renna. Il nuovo Arcivescovo appartiene sicuramente a quella schiera di prelati che, come si intuisce dalla rinnovata politica di Papa Francesco, non ambivano ai vertici ma che sono stati premiati per la loro indole di buon pastore e che si differenziano da quelli che, invece, a tutti i costi hanno inseguito la carriera con profonda ambizione.

Non possiamo sapere a quale delle due categorie Mons. Renna appartenga ma siamo sicuri che adesso, senza trasferimenti in vista, il Vescovo avrà più tempo per concentrarsi sulla cura delle anime, dando voce a tutte quelle persone che nei mesi addietro hanno preferito rivolgersi al sottoscritto e alla stampa, trovando evidentemente orecchie sorde altrove.

Diversamente da Mons. Renna, il nuovo Arcivescovo ha chiarito subito: «Desidererei continuare a essere chiamato padre» e – soprattutto – in linea con il pauperismo di Papa Francesco, ha specificato di non desiderare regali per se stesso, invitando a sostenere una colletta per una popolazione di alluvionati in India.
Non aveva fatto lo stesso Mons. Renna, che all’epoca della sua nomina a Vescovo, si vide consegnare in garage una fiammante Opel Astra, pagata dalle parrocchie del foggiano alle quali era stato recapitato un listino prezzi contenente un “prospetto con le somme calcolate per ogni singolo Ente” con tanto di quote specifiche da erogare e bonificare per raggiungere la cifra necessaria di 20 mila euro per il regalo al Vescovo. Risulta difficile che proprio il futuro Vescovo non fosse al corrente dell’iniziativa e che fosse stato così ingenuo da non paventarla, dato che si trattava di una consolidata prassi della Diocesi. Sta di fatto che poco tempo dopo Mons. Renna si sentì obbligato dalla propria alta morale a rivendere l’automobile che, probabilmente, sarebbe stato preferibile non acquistare affatto.

E ora che il destino di Mons. Renna è quello di continuare ad amministrare la propria Diocesi, attendiamo di conoscere gli sviluppi di una questione, quella dello scandalo di Candela, che dunque non è affatto conclusa come il Vescovo sperava ma che è destinata inevitabilmente a produrre ulteriori effetti nella comunità e sulla stampa.

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Tanti sono i dubbi insoluti della comunità de fedeli, molti dei quali vengono quotidianamente sottoposti anche privatamente al sottoscritto.
Cosa sarà di don Michele de Nittis? Dove si trova adesso il presbitero? Perché l’indagine previa si è conclusa così brevemente? Se sussistono delle responsabilità perché non c’è stata una presa di coscienza e una ammissione pubblica? Può un percorso di riorientamento e ravvedimento prescindere da delle pubbliche scuse?

Siamo certi che Mons. Renna saprà conciliare l’esigenza della sua comunità di fedeli di conoscere la verità con la natura del suo ruolo di Vescovo che è etimologicamente intrisa di un mandato imprescindibile: epískopein in greco esprime il significato di osservare dall’alto, avendo una visione di insieme che consente di riconoscere la verità e distinguerla dalla menzogna. E il Vescovo oltre che a difendere la verità, è tenuto per fedeltà al Vangelo, non solo a palesarla ma anche ad accettarne le conseguenze negative, senza tentativi mistificatori. Il Vescovo è dunque investito da Cristo in persona del compito di guida del popolo di Dio.
Mons. Renna, con la sua visione dall’alto e con la sua neutralità non potrà dunque tacere la verità ai suoi fedeli. Una verità che appartiene al popolo di Dio e non può essere trattata come un affare di palazzo.

Speriamo dunque che Mons. Renna possa presto chiarire pubblicamente le sorti e il futuro di don Michele de Nittis per ribadire alla sua comunità di continuare a rappresentare degnamente non solo l’autorevolezza della propria mitria ma soprattutto i valori morali che essa rappresenta.

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Mons. Renna: lo strano caso del “processo lampo” senza chiarimenti

Lo scandalo delle foto compromettenti che ritraggono don Michele de Nittis nella casa canonica  della parrocchia di Candela (FG) ha portato in pochi giorni alla rimozione del parroco da ogni suo incarico pastorale, incluso quello di docente di religione.

Una rimozione controversa nei termini, perché inizialmente il Vescovo Mons. Luigi Renna sembrava quasi voler far apparire questo allontanamento come atto spontaneo del sacerdote. La posizione del vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano si è però inasprita quando la notizia è diventata di dominio pubblico attraverso la diffusione della stampa locale e nazionale e non possiamo sapere se sia casuale che solo in quel momento il Vescovo ha deciso di prendere una posizione più netta rispetto all’iniziale invito a tacere rivolto ai fedeli.

Sta di fatto che in pochissimi giorni il presule ha annunciato di aver già terminato l’indagatio previa relativa all’accertamento dei fatti. Una indagine che normalmente dura mesi e che, se ci fosse stata una contestazione da parte del presbitero interessato, non si sarebbe certamente conclusa in pochi giorni, in quanto i tempi si sarebbero necessariamente allungati per le audizioni dei testimoni e dell’accusato.
Dunque, esaminando le tempistiche, solo una piena confessione da parte di don Michele de Nittis è quanto l’esito dell’indagatio previa ha potuto accertare, nonostante il Vescovo si ostini a non voler prendere una posizione pubblica, come se la questione fosse un affare di palazzo di suo esclusivo interesse.

Ma davanti a una confessione come dovrebbe agire un Vescovo? Certamente non è il sottoscritto – che segue uno stile di vita difforme da quello evangelico – a dover rammentare a Mons. Renna che ciò che secondo il codice del diritto canonico dovrebbe accadere in questi casi è evidentemente l’apertura di un processo penale canonico.
L’indagine previa già conclusa a carico di de Nittis ha semplicemente accertato la verità dei fatti  ma ciò che canonicamente sarebbe necessario aprire ora, sarebbe un processo mirato alla determinazione della pena – in caso di ravvedimento – o alla riduzione allo stato laicale, nell’ipotesi in cui don Michele de Nittis non dovesse aver fatto ammenda del comportamento messo in atto.

L’espediente che sembrerebbe aver adottato il Vescovo potrebbe invece essere stato semplicemente quello di ricorrere a una mera ammonizione canonica, che consiste nel comminare a sua discrezione una tenue pena consistente in un periodo di riflessione. Una riflessione che, evidentemente, dovrebbe passare da un ravvedimento e soprattutto dalle scuse pubbliche da parte di un sacerdote che ha degli obblighi morali nei confronti di una comunità in cui ha svolto una funzione pubblica, non solo di pastore di anime ma anche di ufficiale di stato civile.
Il Vescovo non dovrebbe continuare a gestire questa situazione senza esprimersi, solo per il pretesto di tutelare la buona fama di de Nittis, soprattutto relativamente a una questione che ormai è ben nota e su cui c’è poco da aggiungere in termini diffamatori ma per la quale un chiarimento sarebbe imprescindibile.
La riconciliazione con la comunità di cui ha parlato il Vescovo Renna è purtroppo impossibile in assenza di una presa di coscienza e di scuse pubbliche da parte di de Nittis che, stando all’evidenza dei fatti e delle dichiarazioni del presule, è evidentemente colpevole, altrimenti sarebbe tornato al suo posto.

La fretta da parte di mons. Renna di giungere a una conclusione della questione, non tiene conto però del fatto che nel procedimento concluso sono intervenuti a testimoniare e a produrre del materiale dei soggetti terzi. Soggetti che, in quanto intervenuti, godono della possibilità di appellarsi e – soprattutto – della necessità di conoscere la natura e l’entità della pena comminata.

A contribuire all’impossibilità di riconciliazione si aggiunge la grave dichiarazione di Mons. Renna che ha affermato di essere ancora alla ricerca altri colpevoli. Colpevoli che, di fronte alla veridicità delle foto e alla piena confessione di de Nittis – e, soprattutto, in assenza di querele da parte dell’interessato –  non dovrebbe essere né compito né interesse del Vescovo cercare.
Mons. Renna dovrebbe piuttosto concentrarsi sulla cura delle anime, ascoltando tutte quelle persone che se preferiscono rivolgersi al sottoscritto e alla stampa, perché evidentemente hanno trovato orecchie sorde altrove.

Ciò soprattutto alla luce di una riflessione: come può il Vescovo arrogarsi il diritto di perdonare e riammettere un sacerdote in assenza di una presa di coscienza e di scuse pubbliche da parte di quest’ultimo?
Una questione, quella di Candela, che dunque non è affatto conclusa come il Vescovo sperava ma che è destinata inevitabilmente a produrre ulteriori effetti nella comunità e sulla stampa.
Adesso che il colpevole è stato accertato,  ciò che manca, ancora una volta, è la chiarezza con cui bisognerebbe scusarsi e affermare che l’unica responsabilità va addossata a chi si è reso autore di comportamenti non consentanei agli obblighi assunti dalla propria missione. L’unico colpevole è chi ha tradito le promesse fatte a Cristo nel giorno della sua ordinazione, e forse oltre a lui proprio quel rettore prima e Vescovo poi che è rimasto distratto di fronte all'”esuberanza” del suo presbitero.

Per questo a Candela la situazione è ben lungi dall’essere chiarita di fronte all’amarezza nei confronti di un Vescovo che davanti a prove schiaccianti sembra continuare a voler agire da padrone di una verità che dovrebbe appartenere al Popolo di dio e di cui Mons. Renna dovrebbe essere solo custode.

 

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Mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli e campione di garantismo

Se Papa Francesco decidesse un giorno di istituire un premio al Vescovo che più si è prodigato per salvaguardare l’immagine di facciata della Chiesa, il vincitore sarebbe certamente Sua Eccellenza Mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli e campione di garantismo.

Mentre in tutta Italia – e addirittura in un caso, in Germania – i vari Vescovi si sono impegnati a rimuovere, sospendere o punire i preti e i seminaristi presenti nel mio dossier, il Vescovo di Pozzuoli invece pare non aver preso nessun provvedimento pratico in merito alle mie segnalazioni relative a un prete della sua diocesi; non un semplice presbitero diocesano ma un prete che all’interno di quella diocesi ricopre una posizione importante, soprattutto per la delicatezza delle mansioni assegnategli. Mansioni che sono rimaste perfettamente immutate nonostante il prete in questione abbia ammesso di fronte ai giudici della Curia, l’autenticità del materiale che ho prodotto all’interno del mio dossier e delle foto che lo vedono coinvolto.
Non ha negato il prete di Pozzuoli, così come su nessun altro nome presente in ciascuna delle oltre 1200 pagine del mio dossier è stato sollevato alcun dubbio di veridicità, circostanza che mi ha reso molto credibile agli occhi dei presuli e particolarmente temuto da quei preti le cui macchie sulla tonaca sono troppo grosse per poter essere coperte.
E ciò che stupisce, relativamente al caso di Pozzuoli, è proprio l’assenza di provvedimenti cautelari e preventivi da parte del Vescovo, in attesa dell’esito del procedimento canonico che accerterà la verità dei fatti ma che nel frattempo ha già incassato delle ammissioni da parte del prete interessato. Un giudizio inspiegabilmente più lungo rispetto a quelli relativi a casi simili inclusi nel mio dossier, che in altre regioni si sono già conclusi con le rimozioni dei preti coinvolti.

Sarà forse che finché il nome di un prete sporcaccione non diventa pubblico, alcuni Vescovi non si sentono stimolati a intervenire ma sta di fatto che ogni volta che qualche nome diventa pubblico, si parte subito con la sospensione cautelare.
Memorabile è il caso di don Mario d’Orlando della contigua diocesi di Napoli, il cui nome balzò poco più di un anno fa ai disonori della cronaca nazionale per presunti festini a luci rosse: non appena il nome fu reso pubblico, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, lo rimosse in via cautelare.
La Procura della Repubblica dispose un sequestro in casa del sacerdote per poi scoprire, dopo pochi mesi, che non c’era nessun reato. Nel frattempo anche l’indagine ecclesiastica, partita da una denuncia anonima e senza prove, si concluse con un nulla di fatto. Trattato come Al Capone dalla stampa, dalla Procura e dalla Chiesa, d’Orlando è poi risultato essere innocente.
Ma siccome il suo nome era comunque venuto fuori sui giornali, il Cardinale Sepe ha recentemente deciso di continuare a tenerlo in castigo (non si capisce per quale reato) e di rimuoverlo definitivamente dalle mansioni di parroco, tenendolo lontano da occhi indiscreti e relegandolo a cappellano di un convento di suore in un quartiere della “Napoli bene”.
E bizzarra è la circostanza che proprio nella stessa indagine a carico di d’Orlando, era coinvolto un prete puteolano, anch’egli oggetto di perquisizione da parte delle Fiamme Gialle, che però a differenza di d’Orlando, non essendo stato menzionato dai giornali, non aveva subìto dal Vescovo alcuna sospensione preventiva né è risultato essere stato punito.

Se a Napoli per una denuncia anonima si è deciso di sospendere un prete il cui nome era diventato pubblico, e di continuare a tenerlo in castigo anche dopo averne accertato l’innocenza, a Pozzuoli invece il garantismo di Mons. Pascarella fa sì che un presbitero per il quale è stata presentata una denuncia circostanziata – da un accusatore ritenuto unanimemente credibile – continui a operare proprio a contatto con una categoria particolarmente sensibile come i giovani.
Il garantismo di Mons. Pascarella, permette al suo presbitero di continuare a fare la bella vita, di andare in palestra, ai concerti della sua cantante preferita e soprattutto di continuare a svolgere delle delicate mansioni pastorali. Quasi un’autorizzazione, come fosse cosa buona e giusta per un sacerdote continuare a separare ciò che si esercita da ciò che si è.

L’inerzia da parte di Mons. Pascarella è grave: crea una falla perché permette di continuare a operare a una persona che moralmente non si comporta secondo i dettami di una dottrina alla quale appartiene e a cui ha scelto liberamente di aderire. Una falla che permette a ogni prete di sentirsi libero di fare ciò che vuole finché il suo nome non diventa pubblico.

Mons. Pascarella con il suo garantismo si rende fautore di una Chiesa che perde di credibilità per una atavica incoerenza tra predicare e agire, una Chiesa che dovrebbe iniziare a rendersi conto che la gente non ha più quella “riverenza senza domande” nei confronti degli uomini di Dio. Il tempo dei preti colti e della gente ignorante è finito, ora anche i credenti si pongono delle domande e le pongono alla Chiesa, pretendendo delle risposte chiare.
Per questo, a Mons. Pascarella rivolgo una domanda: gli uomini di Chiesa credono davvero in Dio o pensano che anche dopo la vita terrena potranno nascondere i loro peccati?

Francesco Mangiacapra

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